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Entro il 2014 il 40% di Poste Italiane è destinato ad essere quotato a Piazza Affari

Roma, 11 gen – “Tenetevi il miliardo” è il titolo di un libro scritto dal calciatore Cristiano Lucarelli, bandiera del Livorno, nel quale racconta la scelta di trasferirsi a giocare nella squadra della propria città rinunciando a metà dello stipendio percepito da attaccante all’epoca del Torino. Una storia d’amore e di peloso pauperismo che sembrava infinita e durò solo pochi anni, ma questa è poi un’altra storia.

Un miliardo tondo è anche la redditività di Poste Italiane che, sotto la gestione decennale di Massimo Sarmi, è passato da essere realtà dipendente dai sussidi pubblici a gruppo capace di reggersi e camminare sulle proprie gambe. La sua forza sta nell’aver espanso l’ambito di operatività aziendale dai semplici recapiti postali all’attività di trasporto, passando anche per la telefonia e soprattutto il rafforzamento nel ramo bancario e assicurativo attraverso la divisione Bancoposta. Più nello specifico, va riconosciuto che il servizio postale universale ancora si regge su generosi contributi pubblici comunque necessari a garantire una libertà sancita costituzionalmente. Discorso diverso per quanto riguarda invece le altre attività, che riescono da parte loro a più che colmare lo spazio di inefficienza permettendo così, al gruppo globalmente considerato, di raggiungere i risultati che lo pongono ai vertici in Europa. D’altronde, senza la rete di uffici postali presenti nell’intera nazione verrebbe a mancare la penetrazione capillare nel territorio che fa delle Poste –in termini di distribuzione– l’operatore bancario più diffuso in Italia.

Un miliardo viene così ad essere la cifra tonda cui lo Stato rinuncia per la volontà del governo di privatizzare il gruppo. Certo, non sarà una privatizzazione totale ma riguarderà l’offerta pubblica in borsa di una quota di minoranza: indiscrezioni parlano di un 30-40%, con una parte residuale ad essere inoltre riservata (le prime voci parlavano di assegnazione gratuita) ai dipendenti. I precedenti guardano a Germania e Olanda, con il recente caso della privatizzazione anche della britannica Royal Mail. Aziende postali però fra loro diverse, con ambiti operativi differenti e storie e organizzazioni tali da non permettere confronti. Poste Italiane da parte sua è il secondo gruppo europeo per fatturato e per utile netto, con tutto ciò che ne consegue.

L’obiettivo è ottimisticamente –stanti i precedenti, avverbio d’obbligo quando si tratta di cifre del comitato privatizzazioni–raggranellare 5 miliardi nell’immediato per le esigenze di finanza pubblica dell’anno 2014, mantenendo sempre il controllo con una quota di maggioranza dell’azienda. E il miliardo cui si rinuncia nel futuro? Quello non rientra nella programmazione di lungo termine, non ce lo chiede l’Europa.

Filippo Burla

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  1. […] Come già ampiamente riportato su queste pagine, la privatizzazione di Poste andrà ad incidere su quello che allo stato attuale dei fatti è il secondo gruppo europeo per fatturato ed utile netto, un gigante con quasi 140mila dipendenti la cui redditività attuale ammonta ad un miliardo secco, con all’attivo 50 milioni di operazioni, 220mila pacchi ed oltre 14 milioni di lettere per il servizio tradizionale, cui si aggiungono 26.400 postini telematici, 340 miliardi di risparmi raccolti, 15 miliardi di introiti da servizi finanziari e assicurativi e 2,8 milioni di clienti per Poste mobile. Viene di conseguenza quanto l’immissione sul mercato di una quota plausibilmente pari ad un 40% del capitale vada ad incidere a lungo termine negativamente sulle casse statali e quanto sarà invece drenato dai privati, magari oltreconfine. […]

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