26 nov –  Lo spettro delle misure imposte dalla Troika ai ciprioti non molto tempo fa, con il prelievo forzoso dai conti correnti, pare destinato a riapparire anche in altri stati europei: infatti potrebbe diventare una norma da applicare a tutti i conti correnti dell’area Euro. La decisione arriverebbe direttamente da un report del Fondo Monetario Internazionale dal titolo “Monitor delle finanze pubbliche”: “Per porre rimedio all’esperimento fallimentare della moneta unica – scrive il Wall Street Journal – il Fondo Monetario Internazionale ha aperto alla possibilità che le autorità europee impongano un prelievo forzoso del 10% sui conti correnti di 15 paesi dell’area euro. Tanto ci vorrebbe, secondo i calcoli degli economisti, per riportare il debito sovrano del blocco ai livelli pre crisi”. Una decisione passata inosservata, che però avrebbe conseguenze sociali ed economiche disastrose, a partire dalla fuga di capitali dalle banche europee. Il report del Fondo fa appello all’Unione e alla Bce di prendere in considerazione l’idea che messa a confronto “con i rischi e le alternative per ridurre il debito pubblico”, come ad esempio una moratoria delle passività o l’inflazione, “è anche una sorta di tassa sul patrimonio”. Una proposta inquietante, che però per molti potrebbe essere fattibile, come afferma l’economista belga Etienne de Callatay che la considera sì “perturbante, persino scioccante e scandalosa”, ma non nega di vederla come “una alternativa alle altre misure preconizzate per uscire dalla crisi, come il ricorso all’inflazione”.
In tema di fisco l’Italia non ha bisogno di lezioni da nessuno, è dai tempi di Amato che lo Stato pesca a piene mani nei conti degli italiani. Nella nuova legge di stabilita’ spunta il rincaro sui depositi bancari con l’aumento dell’imposta di bollo (+33%). Sulla carta, la stangata contenuta nella finanziaria vale 527 milioni di euro l’anno. Ma il conto potrebbe essere più salato.
La patrimoniale sui conti correnti nasce nel 1992, con la famosa «botta secca» sui depositi bancari: un prelievo tributario forzoso pari al 6 per mille sui quattrini conservati in banca dagli italiani. Un blitz che fruttò quasi 10mila miliardi allo Stato. Da allora l’aliquota sui conti è salita fino al 27 percento finché Mario Monti è arrivato a palazzo Chigi, scardinando l’impalcatura precedente e creando i presupposti per introdurre, nel nostro Paese, una sorta di «patrimoniale permanente». Che aumenterà di nuovo, entro la fine dell’anno. Monti concepì due misure: il decreto “salva Italia”, che armonizzò l’aliquota al 20percento. Sui conti correnti il prelievo dunque calò dal precedente 27%, mentre per le forme di investimento (azioni e bond) salì oltre il precedente 12,5%, soglia rimasta in vigore per i soli titoli di Stato (tanto nessuno avrebbe più comprato bot e btp, con lo spread alle stelle). La riforma sulla tassazione delle rendite finanziarie servì a Monti per confondere le acque e portare l’affondo sull’imposta di bollo, fino a quel momento applicata in misura fissa (solo 34 euro l’anno) sia sui conti correnti sia sui depositi titoli. Da un importo fisso, dunque, si passò a un’aliquota da applicare alle somme depositate o investite, a prescindere da eventuali guadagni: 1 per mille dal primo gennaio 2012 e 1,5 per mille dal 2013.
Nel bel mezzo delle prossime vacanze di Natale, ci sarà il nuovo rincaro. Il giro di vite è previsto dalla legge di stabilità confezionata dal ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni. Il sistema Monti con la sua imposta di bollo strutturale si sta dimostrando decisamente peggiore della «botta secca» in stile Amato, che prese il 6 per mille una sola volta, mentre da gennaio il salasso è pari al 2 per mille l’anno. Un salasso micidiale che colpisce, peraltro, anche i titoli di Stato, solo in parte preservati dalle misure di Monti. ll «bollo» infatti si applica a tutti i depositi con saldo superiore a 5mila euro e non aggredisce solo il reddito, ma l’intero capitale. Su 100mila euro risparmiati, ad esempio, si pagherà un bollo di 200 euro da confrontare con i 34 pagati fino al 2011. E non è tutto. A questa cifra va aggiunto il prelievo sulle rendite. Prendiamo lo stesso esempio: 100mila euro investiti in obbligazioni che rendono il 3 per cento: la cedola è 3mila euro e il fisco si becca 600 euro. In tutto vuol dire: 800 euro di tasse su 3mila di ricavi. Tutto ciò si configura come l’ennesimo aumento della pressione fiscale sui redditi degli italiani, già abbondantemente salassati dall’ Irpef, Iva e quant’altro.
Valentino Tocci

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