Prelievo forzoso sui conti correnti: di cosa si tratta?

prelievo forzoso conti correntiRoma, 4 lug – La notizia che il governo, recependo la legge di delegazione europea 2014, avrebbe implicitamente avallato il prelievo forzoso sui conti correnti in caso di crisi bancaria, ha scatenato una ridda di polemiche. Vediamo meglio di cosa si tratta.

La direttiva in questione è la BRRD – Bank Recovery and Resolution Directive, che introduce per la prima volta il concetto di “bail-in”, vale a dire il coinvolgimento dei privati nelle difficoltà dell’istituto bancario. La particella “in” sostituisce così la particella “out” del più famoso “bail-out”, con il quale era un soggetto esterno (“out”, appunto) come lo Stato a farsi carico del piano di salvataggio.

Bene, ma chi sono questi privati coinvolti nel salvataggio dell’istituto bancario? Come tutti i creditori (definizione da intendersi in senso lato), in caso di procedure concorsuali o simil-concorsuali sono inquadrati in una graduatoria gerarchica. Troviamo quindi in primo luogo gli azionisti, che dovranno sopportare un peso maggiore in quanto soci. In secondo luogo troviamo gli obbligazionisti, poi i creditori titolari di credito non garantito ed in ultimo i depositanti, ma solo per la quota di deposito superiore ai 100mila euro.

Su tutti i soggetti sopracitati la banca potrà quindi appoggiarsi al fine di puntellare le proprie finanze. Se soci, obbligazionisti e titolari di crediti non garantiti hanno da sempre sopportato -pur con diversi gradi di tutela- il rischio di impresa, sorprende che ad essi siano affiancati anche i correntisti. Prova a spiegare il capogruppo commissione finanze alla Camera, il Pd Marco Causi: “Fino ad ora la garanzia pubblica sui conti correnti e i conti è di 100mila euro, con la nuova normativa da questo punto di vista non cambierà nulla: rimarrà 100mila euro”. I numeri sono giusti, ma l’esponente dem dimentica un passaggio logico fondamentale: al di là dei dettagli di inquadramento giuridico, i correntisti non depositano le proprie somme a titolo di investimento bensì a titolo di custodia. Altrimenti, sarebbe come far pagare ai lavoratori -ad esempio utilizzando il loro tfr- una crisi industriale, considerando somme che gli spettano come somme investite nell’azienda e dunque esposte al rischio d’impresa.

Il “bail-in”, da parte sua, non è un’eventualità remota. Nella crisi di Cipro del 2013, i conti correnti al di sopra dei 100mila euro furono oggetto di una tassazione secca, che ad esempio nel caso di Bank of Cyprus arrivò al 37.5% dell’importo oltre la soglia. In tal caso, le sofferenze bancarie furono dovute ad un sistema “too big to fail”, viste le dimensioni raggiunte rispetto a quelle dell’economia nazionale. Così, per risolvere i guai creati da dirigenze poco avvedute furono chiamati (anche) i correntisti. E’ la pure e semplice legalizzazione di quei “pasti gratis” che la liberalizzazione dell’economia si vantava di aver eliminato in nome dell’efficienza allocativa. Insomma: banchettate pure, qualcuno che pagherà al posto vostro ci sarà sempre.


Filippo Burla

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