prodotti-api1-620x349Roma, 18 apr – Pare che Einstein, interrogato su quali rischi di estinzione corresse l’umanità, abbia affermato: “Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra all’umanità resterebbero soltanto quattro anni.” L’affermazione è provocatoria, e forse non è neanche del celebre scienziato, ma sicuramente dietro a questa profezia si cela un pericolo più reale di quanto si pensi. Basti pensare che tramite le api vengono impollinate il 90% delle specie vegetali commestibili, e che in occidente il numero di questi utili insetti è drammaticamente calato negli ultimi decenni. Citando il celebre “Time”,

“Dai mandorleti della California centrale – dove in primavera miliardi di api provenienti dal resto del paese arrivano per impollinare raccolti del valore di diversi miliardi di dollari – alle torbiere del Maine dove crescono i mirtilli, le api sono le operaie oscure e non pagate del sistema agricolo statunitense, e creano un valore aggiunto di oltre 15 miliardi di dollari all’anno. A giugno, un negozio della catena Whole Foods del Rhole Island, per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, ha temporaneamente tolto dagli scaffali tutti i prodotti alimentari che dipendono dall’impollinazione: su 453 ne sono spariti 237, tra cui mele, limoni e zucchine di diverse varietà. Le api “sono il collante che tiene insieme il nostro sistema agricolo”, ha scritto nel 2011 la giornalista Hannah Nordhaus nel suo libro The beekeeper’s lament.

Il declino delle api negli ultimi anni sta interessando sempre più il vecchio continente, Italia compresa, dove risiedono in pianda stabile miliardi di api in un milione e mezzo di alveari. Al di là delle politiche ambientali, sulle quali il cittadino comune può incidere poco, i dipartimenti di zootecnia si scervellano su come mettere in atto una campagna di sostegno capillare all’azione benefica e fondamentale delle api, nell’impollinazione della maggior parte delle piante dalle quali l’umanità trae le sue derrate alimentari. In questo campo gli studiosi italiani sono all’avanguardia: gli studiosi di apidologia e apicoltura del dipartimento di scienze agrarie dell’Università di Pisa hanno individuato una pianta in grado di fornire il nutrimento necessario alle api per superare la difficile fase dell’autunno, durante la quale molte di esse muoiono spopolando gli alveari ed esponendo le colonie al rischio dell’estinzione.

Si tratta del fiore della Cephalaria transsylvanica, conosciuta come Vedovina maggiore, che fiorisce proprio verso la fine dell’estate e in autunno. A parere degli esperti, coltivare la Vedivina maggiore a ridosso degli apiari può rappresentare un’ottima soluzione per fornire polline e nettare ai piccoli insetti, quando le fioriture iniziano ad essere più rare. La Vedovina maggiore è una specie molto rustica e adattabile. Nel corso delle ricerche, i fiori hanno attirato un ampio numero di insetti impollinatori, con particolare riferimento alle api.

“La ricerca in oggetto – ha spiegato Angelo Canalepropone l’inclusione di C. transsylvanica in strisce di fioriture da seminarsi sia in aree ad agricoltura intensiva, al fine di aumentare la diversità degli impollinatori presenti, sia in prossimità degli alveari per garantire limitrofe e abbondanti quantità di polline e nettare utili a irrobustire le famiglie di api, per un più agevole superamento della stagione invernale”.

Francesco Benedetti

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