Ecco le privatizzazioni: un pessimo affare

img1024-700_dettaglio2_Ente-Nazione-Idrocarburi-Palazzo-EniRoma, 22 nov – Quando a luglio, da Mosca, dove stava prendendo parte alle riunioni dei ministri finanziari del G-20, Fabrizio Saccomanni manifestò l’intenzione di proseguire lungo la strada delle privatizzazioni come passaggio per la riduzione del debito, subito si alzò un coro di critiche. Levata di scudi che costrinse il ministero ad un passo indietro, con la chiosa che «queste società sono profittevoli e danno dividendi al Tesoro». Niente di più facile che quella del titolare di via XX Settembre sia stata una sorta di prova, un “vedere l’effetto che fa” a livello politico (da parte di un tecnico) per sondare il terreno e scegliere quali azioni intraprendere.

Le scelte sono infine arrivate. Il piano di privatizzazioni annunciato sembra  nei fatti prendere forma e sostanza. Il ventaglio delle opzioni, intese come società da mettere sul piatto, è ampio e prevede incassi stimati nell’ordine dei 10-12 miliardi. Nello specifico, verranno alienate quote di maggioranza di Sace e Grandi Stazioni, mentre in Eni, Fincantieri, Enav, Cdp Reti (che comprende Terna e Snam) lo Stato manterrà il pieno controllo pur limando le proprie partecipazioni


Quello che preme sottolineare non sono tuttavia le specifiche delle operazioni in sé, che seguono una sua trama di riduzione del perimetro dello Stato coerente con un’impostazione di marca liberista. Piuttosto, sono i risultati e l’efficienza ad accendere più di un interrogativo sulla convenienza dell’operazione. Anzitutto i precedenti: nonostante l’immensa mole di dismissioni di inizio anni novanta il nostro debito pubblico non ha fatto che crescere. Privarsi di quote del patrimonio per un obiettivo di brevissimo termine è quindi strategia scarsamente efficace. In secondo luogo, le società privatizzate ma rimaste ancora sotto l’ala pubblica sono le più importanti realtà industriali in Italia.

Prendiamo il caso Eni, il più paradigmatico dato che si tratta della prima società per capitalizzazione a Piazza Affari. Il suo rendimento è pari a circa il 6% annuo che, se confrontato con un costo medio del debito che si colloca attorno al 4%, offre immediatamente anche a chi è a digiuno di finanza la perdita netta derivante dall’operazione. Risulta infatti del tutto sconveniente cedere un’attività che rende più del costo del debito che si deve rifinanziare. Analogo discorso vale anche per le altre società oggetto del provvedimento, siano esse quotate o meno.

Certo le somme incassate per la cessione in blocco vanno direttamente ad aggredire la mole del debito pubblico. E però, la correttezza dell’affermazione va parametrata. Ammesso infatti che si riesca a rimanere nella parte alta della “forchetta” e cioè attorno ai 12 miliardi di introiti, rapportati agli oltre 2.000 miliardi di indebitamento dello Stato rappresentano lo 0.6% del totale. Insomma, si rinuncia a dividendi miliardari e che garantiscono importanti coperture per un bilancio sempre più asfittico per “salvare” qualche centinaia di milioni di euro di interessi ogni anno. Non proprio quel che si definisce un investimento conveniente.

Filippo Burla

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