Germania made in produzione industriale
Crollo della produzione industriale tedesca, tirata al ribasso dalla Cina e dall’austerità

Berlino, 8 ott – Da accusatore ad accusato il passo può essere più breve di quanto non si pensi. E così la Germania, che resta comunque la locomotiva d’Europa, per una volta finisce sul banco degli imputati per alcuni segnali d’allarme che non era dato aspettarsi.

Produzione industriale Germania: -1.2%

A sorprendere più di tutti è la produzione industriale, che nel mese di agosto ha fatto segnare una contrazione di oltre un punto percentuale rispetto al mese precedente. L’andamento annuale resta positivo (+2.3% su agosto 2014), ma la frenata giunge inattesa soprattutto se si considera che ad agosto lo scandalo Volkswagen era ancora là da venire e che le previsioni parlavano di una crescita attorno al +0.2%.

A pesare è soprattutto la frenata della Cina, che pesa sull’export per oltre il 6.5% ed è così il quarto partner di Berlino con un interscambio che, nel 2014, ha raggiunto e superato i 150 miliardi di euro. A fare la propria parte non è però soltanto Pechino, ma anche tutti quei paesi che, di fronte alla frenata delle economie asiatiche, stanno patendo il calo del prezzo delle materie prime. La crisi globale e le turbolenze sui mercati si fanno sentire: le economie emergenti segnano infatti, rispetto all’export della Germania, -1.8% di ordinativi.

Colpa tedesca?

La Germania ha puntato forte sulla domanda estera, in particolare quella al di fuori della zona euro e della stessa Unione Europea. Imponendo de facto agli stati membri, invece, le politiche di austerità conseguenza dell’adozione della valuta unica e strumento – la svalutazione interna – per salvare l’unione monetaria. Una mossa che ha depresso a livelli mai visti la domanda domestica, che nell’ambito dell’economia europea era uno dei fattori trainanti. Quando però ad andare in crisi è l’economia mondiale nei suoi fondamentali, Cina in primis, rincorrere la domanda estera diventa molto rischioso: senza un’adeguata protezione, vale a dire un mercato interno (tedesco ed europeo) dinamico e capace di creare domanda, il segno meno diventa una realtà anche per i rigidi teutonici.

Deutsche Bank

Deutsche Bank perdite derivati
Deutsche Bank annuncia perdite record: -6.2 miliardi nel trimestre

Non solo produzione industriale e non solo i (pessimi) risultati dell’austerità. Anche la finanza soffre. Ed è Deutsche Bank ad essere nell’occhio del ciclone. La banca ha appena lanciato un “profit warning” relativo ai conti di quest’anno: l’istituto potrebbe non pagare alcun dividendo dopo la perdita record di 6.2 miliardi annunciata per il terzo trimestre di quest’anno. Deutsche Bank rappresenta il sinonimo della solidità tedesca, anche se non più tardi dello scorso marzo non ha superato gli stress test a causa della non sufficiente patrimonializzazione, tanto che a giungo S&P ha abbassato il rating a BBB+, appena tre livelli sopra il giudizio “spazzatura”. La banca, d’altronde, siede su una massa pari ad almeno 55mila miliardi di euro di derivati, venti volte il Pil della Germania e cinque quello della zona euro. “Non possiamo più permetterci il lusso di dirottare la maggior parte delle risorse a nostra disposizione nell’attività di banca d’affari e nei derivati”, aveva detto il nuovo amministratore delegato, l’inglese John Cryan. Una bomba pronta ad esplodere?

Filippo Burla

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