Eni_ML_PMS«O siamo disposti, come gli americani, ad abbracciare lo Shale gas o saremo costretti ad abbracciare Putin». Così potrebbe riassumersi l’intervista, apparsa ieri sul Corriere della Sera, a Paolo Scaroni, giunto a ridosso di una possibile (ma non probabile) riconferma alla guida di Eni. Si tratterebbe del quarto mandato per il manager già al comando di Enel, dopo una doppietta arrivata sotto i governi Berlusconi e una nomina firmata durante l’esecutivo guidato da Romano Prodi.

L’intervista tocca numerosi temi, tra questi due sembrano più meritevoli d’interesse. Il prossimo incontro di Scaroni con il dipartimento di Stato americano che, a detta del Corriere, sarebbe “preoccupato” per l’indipendenza energetica del vecchio continente, e una battuta su una delle ragioni che avrebbe obbligato la Russia all’annessione della Crimea: “Putin, evidentemente, non poteva permettersi di perdere uno dei suoi unici 5 porti […] in grado di ospitare la marina da guerra». Il resto richiama questioni già note, un’Europa disunita dal punto di vista diplomatico, incapace di immaginare una strategia energetica comune e incentrata sull’indipendenza. Ancora le preoccupazioni per il futuro del South Stream, la pipeline che aggirando l’Ucraina “sancirebbe i legami tra Russia ed Europa” ai danni del progetto rivale Nabucco, sui cui la diplomazia america non ha mai cessato, in più modi, di insistere.

Ma le interviste, si sa, spesso parlano molto più per ciò che non dicono esplicitamente, soprattutto quando a parlare è un’azienda con 80 mila dipendenti e che lavora in 90 Paesi, che intrattattiene stretti rapporti con altrettanti governi e multinazionali del petrolio, ma soprattutto che compete con colossi come Exxon e Bp, per citarne un paio.

In altre parole, quello che sembra uscire dai virgolettati del Corriere è ben altro: allo stato attuale le prospettive di avvio di una politica energetica europea, quantomeno sul fronte del gas naturale, sono pessime. I colpi di coda diplomatici che vanno in scena a Sochi rappresentano il compimento di una strategia atlantica che comincia a dare i suoi frutti almeno dal 2010, con le primavere arabe, e che raggiunge uno dei suoi molteplici traguardi nel febbraio 2011, con 1,2 mln di barili in meno sul mercato petrolifero dovuti alla guerra in Libia, combattuta da mercenari addestrati dalla Cia e chiusa grazie all’intervento dell’aviazione francese.

Se poi ci si volesse fermare allo scritto, l’intervista suona quasi come un contraltare offerto da via Solferino all’articolo apparso, pochi giorni fa, proprio sulle colonne del Corriere, a firma di Milena Gabanelli. In quell’occasione, la conduttrice di Report, più nota per meriti giornalistici che per conoscenza del mercato energetico mondiale, metteva in guardia l’esecutivo dal riconfermare Scaroni alla guida dell’Eni: fornendo una serie di dati d’effetto su performance azionarie e di bilancio a sfavore dell’attuale gestione. Cifre fuori dal relativo contesto, tuttavia non per questo meritevoli di poca attenzione. Come quando si sminuisce il peso dell’instabilità politica del Mediterraneo meridionale o si ricama sui noti guai in borsa di Saipem, dietro cui, secondo la Consob, potrebbero celarsi alcune banche d’investimento americane tra cui Blackrock.

Azzoppati in Africa, grazie anche alle inchieste a orologeria dei magistrati nostrani, e, per un masochistico riflesso condizionato, in cerca di rottura con l’unico interlocutore credibile e stabile in materia di approviggionamenti energetici: questo Scaroni non lo ha detto, o forse sì.

Armando Haller

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