Quando il governo abbandona l’industria: l’esempio dell’F-35

F35 aircraftRoma, 1 nov – Sembra ormai chiaro che l’industria italiana  non rientra fra gli interessi del governo e degli enti.

Ulteriore conferma ci arriva, questa volta, dalle parole del nuovo responsabile di Segredifesa, il generale di Corpo d’Armata Enzo Stefanini, precedentemente a capo di Aviazione ed Esercito.


Quando, durante la Commissione Difesa della Camera che si è tenuta martedì 29 ottobre, i deputati hanno chiesto delucidazione in merito al discusso programma F35 ed ai finanziamenti stanziati per la costruzione della FACO (Final Assembly and CheckOut facilities) in relazione a margini produttivi e ricadute industriali il generale ha affermato: ““Partecipare al programma non significa avere automaticamente ricadute economiche dalla produzione di questi aerei” questo perché, sempre secondo Stefanini, i ritorni economici del programma “non sono questioni che riguardino la Difesa ma piuttosto l’industria”.

Questo, strictu senso, significa che alla Difesa non interessano le sorti del comparto industriale aerospaziale? Pare proprio di si.

E’ bene ricordare infatti che l’adesione a questo programma è stato letteralmente imposto alla nostra industria utilizzando la possibilità di ritorno industriale in termini occupazionali e di know-how come leva. Purtroppo sappiamo che cosi non è e che gli stessi “addetti ai lavori” hanno più volte denunciato la pericolosità di questa “avventura industriale”. In un documento dal titolo “F-35 e industria: la ‘bocciatura’ degli ex manager Alenia” pubblicato dal sito di Analisi Difesa, scopriamo che ad uno scarso valore industriale dal punto di vista tecnologico e di know how si associa una scarsa possibilità occupazionale ridotta, di fatto, al solito “meglio che niente”.

Anche la scelta di realizzare la FACO nella base NATO di Cameri, il cui avvio sarà guarda caso gestito proprio da Segredifesa, è stato categoricamente imposta dagli Stati Uniti unici veri “proprietari” del velivolo.

Ma il programma, com’è noto, sta riscontrando grandi difficoltà che mettono seriamente in discussione i numeri di Cameri: Israele sta ottenendo dagli USA di effettuare la manutenzione in casa propria; l’Olanda ha ridimensionato il numero di velivoli è indecisa se effettuare la manutenzione qui o negli States e difficilmente l’Inghilterra accetterà di effettuare la manutenzione dei loro velivoli qui in Italia. Lo stesso Stefanini ha affermato che quella di Cameri  è “una avventura imprenditoriale e in quanto tale è impossibile dire se avrà successo”.

Data la situazione occupazionale italiana ed europea credo che gli enti governativi dovrebbero avere ben più riguardo per le proprie industrie prediligendo programmi che siano progettati, industrializzati e supportati da noi piuttosto che investire immani risorse economiche in un programma “su licenza” che hanno ritorni irrisori in termini di Know-how e posti di lavoro.

La cosa non è così insolita, gli stessi Stati Uniti prediligono sempre i prodotti nostrani a discapito dei nostri (vedi la retromarcia sull’acquisizione di Elicotteri AgustaWestland o il ridimensionamento del programma C27 JCA), ma purtroppo sappiamo bene che a loro tutto è concesso ed a noi tocca obbedire.

 

Cesare Dragandana

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