Roma, 15 lug – Ci siamo già occupati delle parole choc riservate dal presidente dell’Inps Tito Boeri al sistema previdenziale italiano che, secondo il suo parere, è destinato ad esplodere senza l’apporto degli immigrati. Una bugia che, come abbiamo chiarito, fa volutamente confusione dal momento che il sistema italiano è, ormai, contributivo (chi viene pagato con un sistema retributivo rappresenta ancora l’85% dei pensionati ma è una cifra ovviamente in calo fisiologico sul lungo periodo a cui fa riferimento Boeri) e, come spiega lo stesso Boeri in altri punti del suo discorso, chi è nato dopo il 1980 andrà comunque incontro a molte difficoltà proprio per questa ragione, mentre soltanto lo 0,3% dei migranti può avvalersi di un trattamento di tipo retributivo: gli altri, ovvero quasi tutti, non faranno altro che pagarsi la propria pensione, non certo la nostra.

A parte la frase decontestualizzata, che d’altronde riprende un concetto già espresso in precedenza da colui che è a capo dell’Inps da poco più di due anni a questa parte, è interessante dare un’occhiata al testo completo della sua relazione introduttiva rispetto al XVI Rapporto annuale dell’istituto di previdenza italiano, per capirne più a fondo il pensiero. Già dalle prima battute del discorso tenuto lo scorso 4 luglio presso la Camera dei Deputati, infatti, Boeri rivela l’anima “politica” della sua gestione: “Un ingrediente chiave del successo dei partiti populisti in molti paesi è proprio il loro saper dar voce all’insoddisfazione di molti cittadini che non si sentono adeguatamente protetti dai rischi del mercato del lavoro, che temono che le loro competenze vengano rese obsolete dal progresso tecnologico, dall’automazione, o che il loro posto venga spostato altrove nell’ambito di un decentramento di lavorazioni in paesi a più basso costo del lavoro”. Fin dall’esordio, dunque, il presidente Inps fa una scelta di campo: i partiti populisti, quasi fossero vietati per legge e illegittimi, sono il male a prescindere, quindi le soluzioni giuste da adottare sono quelle opposte alle loro. E’ un concetto essenzialmente politico, che anticipa l’origine appunto politica e non tecnica della sua affermazione sul contributo degli immigrati, rifacendosi peraltro a stereotipi triti e ritriti sulle destre più radicali che fanno leva sul malcontento, come se “dar voce” a questo malcontento popolare fosse una colpa e non un merito soltanto perché le soluzioni proposte non sono gradite dalle élite.

Boeri non è un ingenuo, anzi, dimostra di saper benissimo cosa comporta l’immigrazione di massa in Italia: “Siamo consapevoli del fatto che l’integrazione degli immigrati che arrivano da noi è un processo che richiede del tempo e comporta dei costi e che il problema dell’integrazione dei rifugiati è per molti aspetti ancora più complesso. È anche vero che ci sono delle differenze socio-culturali che devono essere affrontate e che l’immigrazione, quando mal gestita, può portare a competizione con persone a basso reddito nell’accesso a servizi sociali, piuttosto che nel mercato del lavoro“. Costi, difficoltà di integrazione, difficoltà anche in relazione all’equità del welfare state. Semplicemente, secondo Boeri, tutto questo non è una priorità. La priorità è la produttività ad ogni costo. E Boeri, pur sapendo che non è questa l’unica soluzione possibile, si limita a prospettare la via più comoda e rapida: importare manodopera allogena e, anziché puntare sugli italiani, sostituirli. Lo spiega molto chiaramente in un passaggio del suo discorso: “gli immigrati che arrivano da noi siano sempre più giovani: la quota degli under 25 che cominciano a contribuire all’Inps è passata dal 27,5% del 1996 al 35% del 2015. In termini assoluti si tratta di 150.000 contribuenti in più ogni anno. Compensano il calo delle nascite nel nostro Paese“. Quindi, non si tratta neanche, come ci dicono per tenerci buoni, di immigrati che ci pagano le pensioni, tanto meno di accogliere famiglie che scappano dalla guerra ma, semplicemente, di giovani immigrati in età da lavoro che ci sostituiscono, punto. L’Inps lo scrive nero su bianco, non è complottismo. Lo Stato italiano sa benissimo cosa sta facendo: importa manodopera, tutto qua. E, nel farlo, ci prende in giro con favole buoniste.

Sempre dal rapporto Inps, d’altronde, si evince benissimo anche cosa intende ad esempio la Boldrini quando ci presenta gli immigrati come avanguardia di un nuovo stile di vita che dovremmo imitare: Boldrini come Boeri vedono gli immigrati come lavoratori flessibili per eccellenza. Per aumentare la produttività, spiega infatti Boeri, “ci vuole anche mobilità, ben orientata, di lavoratori da imprese in declino a imprese in espansione”. La Cassa integrazione è uno strumento abusato, che dovrebbe risolvere crisi di breve periodo e, invece, si prolunga troppo, sottolinea in alcuni passaggi del suo discorso: un concetto di per sé condivisibile dietro il quale, però, Boeri cela in malo modo l’auspicio di licenziamenti più facili. Chiudere senza troppe storie le imprese in difficoltà (varrà anche per le banche?!) – che di solito sono proprio le imprese italiane messe in difficoltà dalla concorrenza sleale dei mercati esteri che si avvalgono di manodopera a basso costo, di un cambio favorevole o dei ‘vantaggi del libero mercato’ -, mandare a casa i lavoratori in maniera più rapida: questa è la mobilità che vuole il numero uno dell’Inps. Perché gli immigrati? Ce lo dice molto chiaramente: “Due terzi dei lavoratori non hanno cambiato posto di lavoro nel corso dell’anno nell’ambito del settore privato. Il turnover fra gli immigrati, siano questi comunitari o extra-comunitari, è molto più alto che fra i lavoratori autoctoni: attorno al 55%. E gli immigrati sono anche molto più mobili sul territorio dei lavoratori nativi: le nostre analisi mostrano come solo il 50% dei lavoratori migranti continui a lavorare nella stessa provincia a distanza di quattro anni”. Gli immigrati – anzi, i migranti come sottolinea giustamente il nuovo lessico imposto che ha recepito alla perfezione la lezione sulla mobilità – si spostano da una città all’altra e da un’azienda all’altra più facilmente, senza fare troppe storie. Gli immigrati sono meno radicati e, dunque, più facilmente gestibili, ricollocabili. “La mobilità paga”, spiega Boeri. Nell’Italia del futuro il nuovo italiano è quello senza legami, disponibile a spostarsi da una parte all’altra, ad essere semplicemente manodopera, proprio come il migrante. Una visione che nasconde l’illusione (probabilmente falsa e strumentale) che la situazione rimanga sempre uguale a se stessa, come se gli immigrati, oggi tutti giovani e senza famiglia, non cambino la propria situazione in futuro, mettendo su famiglia e cercando anch’essi la stabilità, proprio grazie al fatto che “partendo da condizioni di forte svantaggio rispetto alla popolazione autoctona in termini di salari, riescano a ridurre la loro distanza dalle retribuzioni della popolazione nativa nel corso della loro carriera lavorativa”, come sottolinea proprio il rapporto. Senza contare che, nel sottolineare l’esigenza di farci sostituire dal momento che non facciamo più figli, non si tiene conto che l’aumento della mobilità e della flessibilità sono fattori che influiscono negativamente sulla natalità e viceversa. Ciò che si propone è, in breve, una finta soluzione, che ha poco nulla di realmente scientifico e molto di ideologico, con tutti gli gli accecamenti che ne derivano. Del resto, cosa aspettarsi da uno che considera i cittadini come consumatori, anche questo messo nero su bianco (“I cittadini devono sapere che sono nostri ‘clienti’ fin dalla nascita”, ha dichiarato) nel supportare la necessità del tutto propagandistica di un’apposita legge per cambiare nome all’Inps da Istituto Nazionale di Previdenza Sociale a Istituto Nazionale di Protezione Sociale.

Secondo Boeri, infatti, la maggior parte delle prestazioni erogate oggi dall’Inps non sono di natura previdenziale ma assistenziale. Vero. Peccato che, come spiega lui stesso in chiusura, è proprio il sistema previdenziale ad assorbire ancora “quattro quinti delle uscite dell’Inps”. Ma, dietro una proposta di legge apparentemente a costo zero che riguarderebbe la denominazione dell’istituto, potrebbe in realtà nascondere un obiettivo ben più ambizioso e che rivela lui stesso più avanti: “Molti paesi Ocse coprono parte della spesa pensionistica con le entrate della fiscalità generale“. Boeri affronta la questione in maniera approfondita, spiegando le difficoltà di bilancio dovute ad una separazione contabile che, in realtà, è fittizia, dal momento che molte prestazioni sono appunto assistenziali. D’altra parte, evidenzia, l’Inps non ha autonomia di spesa, perché sono le leggi dello Stato a decidere che cosa deve fare dei suoi soldi. Boeri pensa quindi di scaricare la spesa dell’Inps su tutti i contribuenti? Non sarebbe che l’ennesima ragione per cui ridere delle sue affermazioni sui migranti che ci pagano le pensioni.

Lui, però, ama considerarsi come un attore più che come un esecutore. E così, al tempo stesso, esorta il governo ed i prefetti a facilitare la permanenza degli immigrati nel nostro Paese: “Impedire loro di avere un permesso di soggiorno quando sono in Italia è la strada sbagliata perché li costringe al lavoro nero e li spinge nelle mani della criminalità“. Ancora una volta, l’unico criterio considerato è una supposizione di tipo economicista, priva di qualsiasi riflessione di merito. Ma “fateli entrare perché ci conviene”, se anche fosse vero, non sarebbe ancora sufficiente per uno Stato di diritto. Del resto, non fa che confermare le nostre osservazioni quando afferma: “Il declino delle nascite in Italia si spiega con gli alti costi della genitorialità“. Il calo, quindi, non è irrimediabile e lo Stato potrebbe scegliere di agire altrimenti. Soltanto che, forse, la soluzione è meno immediata, mentre il flusso migratorio è una soluzione a portata di mano. Contraddittorio per uno che, in diversi momenti, critica (giustamente) una politica che non lavora sul lungo periodo. “Non sorprende perciò constatare come la crisi abbia fortemente ridotto le nascite (-20% nel Nord del paese). I costi della genitorialità potrebbero essere fortemente contenuti non solo rafforzando i servizi per l’infanzia, ma anche e soprattutto promuovendo una maggiore condivisione della genitorialità”. Le soluzioni Boeri dimostra di conoscerle. Semplicemente, sono diversi gli obiettivi scelti.

Emmanuel Raffaele

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