La mission di Renzi: obiettivo privatizzazioni?

image19Roma, 18 feb – Eni, Enel, Finmeccanica, Saipem, Ansaldo Sts, Terna, Poste Italiane. Quasi il 20% del prodotto interno lordo nazionale, le prime per capitalizzazione a Piazza Affari. Attorno a queste società si andrà a giocare, a primavera inoltrata, un risiko nel valzer nelle nomine degli amministratori chiamati al rinnovo delle cariche.

Nonostante la stagione di privatizzazioni e di apertura al mercato durante gli anni novanta e che vedrà presto in borsa anche il gruppo Poste Italiane, il governo conserva ancora importanti competenze di gestione. Tra essi la nomina della maggioranza -quando non della totalità- dei membri del consiglio di amministrazione. Questo significa, non in diritto ma di fatto, la possibilità di intervenire nelle scelte di indirizzo dell’attività.

Viene da sé che la sfida delle nomine ai vertici societari sia un fatto non solo economico ma, anche, eminentemente politico. L’asse che legò a suo tempo Berlusconi con Scaroni e anche Guarguaglini sui temi di politica estera in termini di direttrici degli investimenti aziendali non é ipotesi ma realtà fattuale. E così non poteva mancare anche l’intervento del premier in pectore Matteo Renzi, che sembra non volersi far prendere impreparato. Già da mesi circolano infatti indiscrezioni con tanto di nomi e cognomi, fino a ventilare addirittura rose di probabili candidati. La poltrona più ambita (e remunerata) è senza dubbio quella di Eni, sulla quale siede stabilmente dal 2005 Paolo Scaroni. «Renzi ha impeto, è davvero una persona che vuole riformare il Paese e riformare il Paese a volte non equivale a essere popolari ma quando si vuole qualcosa davvero si è già a metà strada», ha affermato recentemente il numero uno del cane a sei zampe. Parole che non sembrano però potergli garantire la permanenza al vertice di San Donato Milanese, per il quale peraltro si è reso disponibile ad espletare un quarto mandato consecutivo. Renzi non è il nuovo che avanza ma sa bene che oltre ai risultati contano le reti di relazioni capaci di instaurarsi. Ecco perché tra le prime posizioni per l’eventuale sostituzione di Scaroni sembra essere il fidato Vittorio Colao, attualmente amministratore delegato di Vodafone Italia e dato pure come papabile nella rosa del toto-ministri.  Discorso analogo vale per le altre società che si apprestano a rinnovare le tolde di comando: in Enel, Fulvio Conti potrebbe essere sostituito da Andrea Guerra che attualmente dirige il gruppo internazionale Luxottica e anch’egli renziano d’origine controllata; in Terna non è scontata la conferma di Flavio Cattaneo, così come in Finmeccanica si rischia di assistere ad una nuova girandola di cambi.

Fulvio Conti (Enel) e Paolo Scaroni (Eni)

Fulvio Conti (Enel) e Paolo Scaroni (Eni)


Stando a queste prime voci il modello che sembra essere perseguito è il classico “spoil system” all’americana. Un sistema che non premia necessariamente le capacità personali di chi viene posto ai vertici: di fronte ai risultati conseguiti negli ultimi anni, le conferme almeno di Scaroni, Conti e Cattaneo dovrebbero essere blindate se non altro per buon senso. Eni dimostra ogni giorno la sua rinnovata forza, Enel è impegnata con successo e nonostante la massiccia esposizione in Italia e Spagna nella riduzione del debito che procede spedita, Terna mostra sotto la guida dell’ex dirigente Rai apprezzabili frutti di una buona gestione costruita nel tempo.

Ricevuto l’incarico di formare il governo solo ieri, con la lista dei ministri ancora da stilare al di là dei giochi di fantapolitica, questo tempismo -che in realtà risale già alla fine dello scorso anno, quando cominciò l’andirivieni dei possibili nomi e con Renzi ancora di là da giocare le sue carte che lo porteranno ora a Palazzo Chigi- può apparire sospetto. D’altronde, la possibile apertura di una nuova stagione di privatizzazioni cominciata in sordina sotto il governo Monti e rinnovata da Letta e Saccomanni, potrebbe trovare nell’ormai ex sindaco di Firenze la sua quadratura finale. Non è un mistero l’impostazione spiccatamente liberale (“non di sinistra”, oserebbe affermare qualcuno) del segretario dei democratici, che da primo cittadino privatizzò il servizio di trasporto locale e prese una posizione molto critica in merito ai referendum sull’acqua. Ecco che, di fronte alle rimostranze -per non dire degli ostacoli tecnici che paiono a tratti pretestuosi, forse a nascondere una malcelata sofferenza per la cessione delle quote- da parte degli alti dirigenti delle (per ora) controllate pubbliche, la loro probabile girandola ai vertici secondo la classica logica del promoveatur ut amoveatur può benissimo essere interpretata come un modo per mettere a tacere le ultime voci contrarie allo smantellamento di ciò che resta dello Stato imprenditore.

Filippo Burla

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