renzi_marchionne_ansaRoma, 29 set – Questa settimana sarà, per il nostro Primo Ministro, un vero banco di prova. Si inizia subito. Il 29 settembre si riunirà la Direzione Nazionale del Partito Democratico per fare il punto sul Job Act. Ma il nostro premier ha poco da temere. Dopo una settimana negli States è ritornato più galvanizzato che mai per lanciare la sua sfida contro i gufi. Non ha aspettato di atterrare. Già sull’aereo, sabato scorso, affermava in maniera perentoria: In questa missione impreziosita anche dall’incontro con Obama, Bill Clinton, Hillary Clinton e con il segretario generale dell’Onu abbiamo soprattutto ricordato una frase di un grande personaggio delle Nazioni Unite, Dag Hammarskjöld, che diceva al passato grazie, al futuro sì”. L’incontro più importante, però, è stato quello con Sergio Marchionne.

Renzi non ha mancato di lodare le mirabolanti gesta del manager Italo-svizzero-canadese: “Grazie al quale nella sede di Fiat-Chrysler, il secondo edificio degli Usa dopo il Pentagono, oggi si parla anche italiano Marchionne ha assicurato un futuro a due aziende che stavano fallendo. È  il futuro di chi pensa che non c’è solo il ricordo di ciò che abbiamo fatto ma anche la voglia di costruire il domani”. L’amministratore delegato della FCA (Fiat Chrysler Automobiles) ricambia la cortesia e afferma: “Continuiamo ad appoggiare il presidente per l’agenda di riforme che sta portando avanti. È essenziale avere un indirizzo chiaro e penso che Renzi ce lo stia dando”. Le sviolinate non finiscono qui. Il Premier italiano pensa che: “Lo spostamento della sede legale in Olanda, nonchè di quella fiscale a Londra non è importante. Per me la cosa importante è mantenere il made in Italy. Non è importante se a Wall Street o a Amsterdam. Quello che è assolutamente importante è l’aumento dei posti di lavoro in Italia”.

Ora, però, è necessario capire cosa si cela dietro la famigerata Agenda delle riforme. Intanto, mettiamo da parte la pantomima dell’articolo 18. Ossia l’articolo che impone la reintegra per chi è licenziato senza giusta causa. Negli ultimi dieci anni è stato uno specchietto per le allodole che ha consentito di smantellare il diritto del lavoro. Infatti, i sindacati, pur di mantenere questa tutela, hanno permesso una completa deregulation. Partiamo dal Pacchetto Treu (quello degli stage e dei Co.Co.Co) per finire alle leggi della Professoressa Fornero che permettono il licenziamento ingiusto per motivi economici. L’articolo 18 è ancora lì. È utile, però, come un salvagente sgonfio.

Senza addentraci troppo nel Job Act renziano, possiamo affermare che esso segue una linea di pensiero assai diffusa: meno regole più lavoro. Musica per le orecchie di Marchionne. La nuova FCA produce le auto in Serbia o in Polonia pagando i lavoratori la metà rispetto a quanto dovrebbe fare in Italy. Quindi, per attrarre nuovi capitali dobbiamo essere meno choosy? Ciò potrebbe, anche, essere vero. A patto, però, che ci poniamo qualche domanda.

Il settore manifatturiero italiano deve continuare a vivere? Insomma, vogliamo ancora produrre o pensiamo di limitarci a vendere? Da queste scelte dipende anche la legislazione sul lavoro. In breve, un’economia basata sul terziario, fatta di venditori e di camerieri, ha volumi di lavoro variabili. In questo scenario, il contratto a tutele crescenti ha un senso.

Ma se l’Italia vuole essere un player globale anche nella produzione non può permettersi un precariato diffuso. Vediamo perché.

Per esempio, in una fabbrica che fa meccanica di precisione è necessaria una continua formazione dei dipendenti. Ogni lavoratore ha una mansione direttamente proporzionale alla sua preparazione. Quindi licenziare Tizio per assumere Caio significherebbe uno spreco. Sarebbe necessario far acquisire a Caio le competenze di Tizio. Nessun imprenditore, sano di mente, licenzierebbe quest’ultimo. Ma in una società di servizi o che opera nel terziario il lavoro è a bassa specializzazione. Ogni dipendente diventa un numero. Un po’ come chi è assunto a mezzo servizio. Oggi pulisce le scale, domani le imposte. Ogni lavoratore può fare tutto a seconda delle richieste del mercato. I mestieri e le professioni diventano così un ricordo del passato. E l’istruzione? Anche quella sarà inutile. Le agenzie di lavoro internali decideranno cosa faremo. Sarto, muratore, cuoco. Tutto fa brodo. L’importante è che il brodo non venga mescolato con la cazzuola.

Salvatore Recupero

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Salvatore Recupero
Nato a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1980 e cresciuto a Furnari in provincia di Messina. Vive a Roma dove ho conseguito due lauree: una in Scienze dell’Amministrazione presso l’Università La Sapienza e l’altra in Editoria e Giornalismo con una tesi sul “giornalismo multimediale” presso la Lumsa. Dodici anni fa ha iniziato a collaborare con alcuni periodici occupandosi di politica interna ed internazionale. Da studente universitario ha affiancato alle collaborazioni giornalistiche l'attività di consulente marketing ed editing per la Casa editrice Nuove Idee. Dal dicembre 2013 la sua attività giornalistica è focalizzata principalmente su tematiche economiche e finanziarie per Il Primato Nazionale.

1 commento

  1. […] Una riforma ispirata al principio della flessicurezza sul modelli dei paesi nordici: in un’economia che punta ai servizi la specializzazione -che si forma in un rapporto duraturo e tutelato in una stessa realtà produttiva- non è più requisito essenziale. Ecco l’assenza di politiche industriali: non siamo più quell’economia manifatturiera che ci aveva portato ai vertici mondiali non più tardi di un quarto di secolo fa. E’così che il Jobs act prende mestamente atto dello stato dell’arte. […]

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