oRoma, 30 ott – Gli anni 2012 e 2013 verranno ricordati, al quartiere generale di Saipem a San Donato Milanese, fra i peggiori della storia. Un’inchiesta prima, che di fatto ha azzerato i vertici, e due revisioni al ribasso delle stime sui conti avevano fatto piombare la società di ingegneria controllata da Eni al punto nadir: perdite per centinaia di milioni, margini in caduta libera nell’ordine di percentuali a due cifre, valore di borsa più che dimezzato.

I conti del terzo trimestre 2013 offrono un quadro in netto miglioramento. Certo rispetto ai periodi migliori ancora resta da recuperare, ma il ritorno nell’area del profitto per più di 100 milioni dà l’idea che le performance economiche e societarie degli ultimi tempi possano essere lasciate alle spalle. La reazione degli investitori non si e’ fatta attendere, tanto che il titolo ha registrato importanti rialzi nelle ultime giornate Ancora: il portafoglio ordini continua a crescere garantendo anni di lavoro su fronti importanti. Tra questi va senza dubbio menzionato il South Stream, progetto coinvolto in dinamiche geopolitiche più ampie rispetto alla “semplice” ingegneria.

Non è da escludere che proprio la presenza di Saipem su questi fronti instabili sia stata una delle cause che hanno portato al tracollo di pochi mesi fa. Lo stesso rapporto privilegiato con l’élite algerina in piena primavera araba non può essere nascosto. Certamente alcune scelte gestionali –segnatamente l’acquisizione di commesse a bassa marginalità– non hanno contribuito a puntellare i conti del gruppo, lasciando così scoperto il fianco a eventuali manovre ostili. Manovre che si innestavano nell’eventualità prospettata di seguire lo schema scelto dal governo Monti per Snam e cioè la separazione dalla capogruppo Eni. Opzione alla quale l’ad di Eni Paolo Scaroni si è sempre opposto per ragioni economiche, societarie, in ultimo di integrazione di business. E quest’ultima trimestrale sembra dargli ragione.

Filippo Burla

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