Siamo ultimi anche negli aiuti alle imprese

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Dal 2008 ad oggi abbiamo perso un quarto della produzione industriale. Stanziamenti crollati del 70% in ultimi dieci anni.

Roma, 26 nov – Il rapporto annuale del Centro studi Met, curato da Raffaele Brancati e Andrea Maresca, è impietoso: l’Italia è uno degli ultimi paesi in Europa ad erogare aiuti di Stato alle imprese. Dietro di noi solo Bulgaria e Estonia, di certo non dei giganti dell’industria internazionale. La nostra nazione ha perso un quarto della sua produzione industriale dall’inizio della crisi nel 2008, ad ulteriore conferma di un trend negativo messo in moto dalle responsabilità dei governi che si sono succeduti in questi anni e da un sistema creditizio disinteressato e irresoluto nei confronti dell’economia reale giacchè votato alla speculazione finanziaria.

Fino ai primi anni ’90, l’Italia era uno dei paesi che erogava più aiuti pubblici all’industria. In rapporto al Pil la riduzione appare ancora più drastica se rapportata agli ultimi 10 anni (-70 per cento), con un valore nominale complessivo pari a 2,2 miliardi di euro nel 2012. Quando si parla di de-industrializzazione nazionale e di quella morsa a tenaglia che da un lato vede lo Stato e dall’altro le banche, si intende quel processo indotto che sta rinunciando alla nostra industria nazionale lasciandole pochi margini di sopravvivenza e abbandonandola ad una concorrenza mondiale sleale e senza regole. Non ci vuole molto per comprendere che il tutto possa ascriversi ad un voluto disegno che nei prossimi anni ci consegnerà un’Italia emarginata, confinata nella periferia mondiale, meta, neanche tanto preferita, di qualche turista straniero (è peraltro recente la notizia che ci vede scivolare dal primo al quinto posto tra le destinazioni preferite dei vacanzieri esteri).


Il rapporto del Met approfondisce e chiarisce anche alcuni aspetti di ciò che in realtà può essere definito aiuto di stato. Un mutuo agevolato non può essere definito come tale, per esempio. E’ un solo prestito, e in quanto tale quei soldi rientreranno nelle casse statali aumentati del dovuto interesse, anche se a tassi sicuramente inferiori e agevolati. L’iperliberista Francesco Giavazzi in alcuni suoi studi menzionava cifre enormi, decine e decine di miliardi che a parer suo escono tutti gli anni dalle casse dello stato per aiuti pubblici all’industria. Ma il rapporto del Met mette in chiaro anche questo escludendo tutte quelle forme di agevolazioni e fondi di cui usufruiscono aziende pubbliche come Ferrovie e Poste. In pratica al netto delle sole aziende private gli aiuti pubblici sono realmente irrisori e insufficienti: si arriva cioè, a quei 2,2 miliardi finali citati poco sopra.

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Aiuti di Stato alle imprese, totali (strumenti non di sostegno alla “crisi”) per paese, percentuale sul PIL, medie triennali e ultimo biennio, industria e servizi.

Orbene, tutti sanno che le regole dell’Ue impediscono gli aiuti di Stato alle imprese. Questo, in realtà, è ciò che si evince in maniera superficiale e generica, ma nella realtà le stesse norme prevedono anche la possibilità di deroghe (furbescamente utilizzate e abusate da Francia e Germania). Per fare qualche esempio, non c’è obbligo di comunicazione per tutti quegli aiuti a piccole e medie imprese (fino a 250 dipendenti) inferiori a 200.000 euro oppure in tutti quei casi in cui si vogliano perseguire obiettivi ritenuti particolarmente meritevoli o che il mercato non garantisce. Altri aiuti pubblici possono passare come una “notifica del regime di aiuto”, che la Commissione esamina e può approvare o meno, ma generalmente tutto ciò che viene ascritto nei campi della ricerca, innovazione, occupazione e agevolazioni all’export ottiene il via libera.

Le imprese dislocate nel sud Italia, sempre secondo il rapporto del Met, patiscono maggiormente questa contrazione degli aiuti di Stato, e questo dipende anche dal fatto che l’industria meridionale è meno orientata all’innovazione e all’export. Giusto per citare qualche dato, il credito agevolato all’export è andato al 98% a imprese del centro-nord, mentre le erogazioni del Sud passano dal 71% di circa 6 miliardi di qualche anno fa al 38% di 2 miliardi di oggi.

Il rapporto osserva come non si possa più parlare di industria nazionale sussidiata nemmeno più per il Mezzogiorno e conclude ponendo l’allarme su queste tematiche affermando che: “Nel quadro di finanza pubblica attuale e di regole europee, la necessità di scelte strategiche e selettive pare ineludibile”. Una nuova Iri potrebbe essere una di quelle scelte inevitabili e decisive per arrestare il processo di de-industrializzazione nazionale e rilanciare occupazione e conseguenti consumi anche in un quadro di pieno rispetto delle regole europee.

Giuseppe Maneggio

 

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