Vladimir Putin e la presidente della banca centrale russa Elvira Nabiullina in questi turbolenti giorni per la Russia, fianco a fianco per fronteggiare un attacco speculativo che si sta manifestando su più fronti.

Mosca, 19 dic – Il crollo del prezzo del petrolio, certo. Le sanzioni occidentali, vero. Il rublo che si deprezza e fa conseguentemente schizzare l’inflazione verso l’altro, anche questo è appurato. Ma cosa in effetti, da un punto di vista meramente finanziario, sta facendo sprofondare l’economia russa? C’è difatti un aspetto di questa crisi che è comune a tanti altri episodi accaduti in giro per il globo negli ultimi vent’anni: la speculazione à la Soros, per intenderci. A memoria ricordiamo l’attacco allo Sme (Sistema monetario europeo) tra il 1992 e 1993. La crisi valutaria del Messico nel 1994. Poi ci sono state quelle legate alle Tigri del sudest asiatico nel 1997, in Russia (1998), Brasile (1998-1999), Turchia (2001). Come non dimenticare l’attacco alla Grecia nel 2010 e poi, a cascata, a Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia (autunno 2011).

Sono vere e proprie guerre quelle che si mettono in moto e che vedono da una parte stormi di speculatori simili agli squali e dall’altra la malcapitata banca centrale presa di mira. Se al termine della guerra vince quest’ultima, molti speculatori avranno ugualmente guadagnato cifre considerevoli, ma se vincono i faccendieri della finanza il paese difeso dalla banca centrale in questione rischia di collassare in primis sul piano finanziario e successivamente su quello dell’economia reale.

Durante un attacco speculativo sono tre le armi con le quali una banca centrale può combattere: le riserve di valuta straniera e di oro, la leva sui tassi di interesse e la restrizione sui capitali. Quest’ultima è l’arma più dura e pericolosa perché può condurre verso il default dell’intero paese e difatti nel caso russo la banca centrale di Mosca si è ben guardata dal farne ricorso. Una restrizione sui capitali può portare ad un ulteriore prosciugamento degli investimenti, ad un aumento del costo del denaro, a giudizi negativi sul rating e ad una impennata dell’inflazione. Il rischio concreto di default è tutto in questi ingredienti.

La banca centrale russa, che resta una delle nove banche centrali del pianeta ad essere completamente indipendente dal controllo finanziario anglo-americano – sono addirittura quattro le banche centrali che sono quotate in borsa (Belgio, Grecia, Giappone e Svizzera), con la Banca centrale di Grecia che oltre che essere quotata alla Borsa di Atene è quotata anche a Francoforte – ha finora usato le altre due armi per contrastare l’attacco speculativo in corso: ha venduto ingenti quantità di riserve in dollari (circa 100 miliardi) per contrastare la caduta del rublo e ha alzato i tassi di interesse fino al 17%. Ma nonostante questo gli speculatori non sembrano mollare la presa. Fiutano ancora forti possibilità di guadagno e l’immenso quantitativo di riserve in dollari conservate dalla Russia fanno parte di questo lauto pranzetto.

Gli speculatori dal canto loro per guadagnare non fanno altro che vendere enormi quantità di rubli comprando dollari nell’aspettativa di un’ulteriore svalutazione a brevissimo giro. Queste operazioni avvengono più volte nell’arco della stessa giornata giocando sulle variazioni anche minime e facendo muovere miliardi da una parte all’altra del globo con dei semplici click del mouse. Questo e il gioco attraverso l’effetto leva, cioè prendere in prestito rubli prima di rivenderli, permetto potenziali guadagni altissimi per gli speculatori.

Se le politiche della banca centrale russa dovessero riuscire a sostenere il cambio la guerra potrebbe essere vinta da Mosca viceversa lo spettro del default potrebbe concretizzarsi con effetti immediati sulla caduta degli investimenti e sull’aumento dell’indebitamento pubblico e privato. Ma il film è di quelli già visti: sangue contro oro. Un popolo e una nazione contro un plotone di biechi speculatori finanziari.

Giuseppe Maneggio

 

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