0708_hack_1433Roma, 14 feb – “Siamo uno dei pochissimi Paesi che non è proprietario della sua infrastruttura di rete e questo è un problema serio”, a lanciare l’allarme è Roberto Baldoni, direttore del Centro di Ricerca Sapienza in Cyber Intelligence e Information Security (Cis), che nella scorsa settimana è stato ascoltato in audizione dalla Commissione Difesa della Camera, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla sicurezza e la difesa del cyber-spazio.

Un problema noto e che si ripropone ciclicamente, ogni volta che la proprietà di Telecom Italia (ora Tim) è pronta a passare di mano. Questo perché l’ex monopolista è proprietario della rete in rame e delle centrali attraverso le quali viaggiano informazioni anche riservate. La questione era stata affrontata già nel 2013, quando gli spagnoli di Telefonica erano prossimi ad acquisire il controllo dello storico operatore italiano tramite la partecipazione in Telco. A ottobre dello stesso anno il governo Letta inserì la rete Telecom fra gli asset soggetti ai poteri speciali del governo in caso di scalata, la cosiddetta golden share. Poi sono arrivati Renzi e la Pinotti: dall’agosto del 2014 la rete in rame non è più fra le infrastrutture meritevoli di poteri speciali da parte dell’esecutivo, che pochi mesi fa ha registrato la scalata di Vivendi al cda di Tim (quattro nuovi consiglieri sono infatti nominati dal gruppo francese guidato da Vincent Bollorè).


Non solo la rete, il direttore Baldoni si è poi soffermato sulla necessità di data center italiani e sull’utilizzo delle informazioni degli utenti: “Cosa ne sappiamo di cosa fanno dei dati dei nostri cittadini e delle nostre imprese nei data center all’estero (in particolare si riferiva a LinkedIn ndr)? Bisognerebbe cercare di riportare in Italia i centri di ricerca: nel 1990 a Roma c’era un centro Telecom con 500 persone, c’era Ibm, c’era Italtel. Oggi abbiamo raso al suolo tutto quello che c’era fino a quindici anni fa“. Un problema che investe anche il settore privato e l’andamento dell’economia dal momento che “tutte le grandi compagnie, anche quelle alimentari, hanno dati sensibili che in mano alla concorrenza possono diventare armi e da qui alla possibilità di un attacco coordinato al sistema economico di un Paese la strada è piuttosto breve” ha continuato Baldoni di fronte ai parlamentari.

Non stupisce quindi l’appello dell’amministrazione Obama, arrivato in settimana, per aumentare l’impegno americano nella cyber-security, con il Congresso che per il 2017 ha incrementato del 35% i fondi a disposizione del Pentagono in questo settore (lo stanziamento è prossimo ai 20 miliardi di dollari). Un segnale inequivocabile che, ne siamo certi, non tarderà a essere condiviso anche dal duo Renzi-Pinotti. Siamo una nazione sovrana d’altronde.

Armando Haller

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