Svendita Italia: i cinesi su Terna e Snam

sgccRoma, 14 gen – Metti il cartello, suona il campanello. Sono i cinesi di State Grid Corporation of China (SGCC) a rispondere alle profferte di Letta sulle prossime, imminenti svendite del patrimonio industriale italiano.

La via del Dragone è sempre più preminente nello shopping sul mercato nazionale: solo negli ultimi anni abbiamo assistito alle conquiste di Ferretti, secondo produttore mondiale di motoryacht e detentore di otto altri marchi nazionali, da parte di Shandong Heavy Industry Group-Weichai Group, della storica casa motociclistica Benelli acquisita da Qianjiang Group e della Sergio Tacchini in mano adesso alla Hembly International Holdings. Questi i colpi maggiori, ma soltanto la punta di un iceberg che, secondo l’ultimo rapporto della Fondazione Italia-Cina, conta partecipazioni cinesi, principalmente da parte di aziende e fondi di Stato, in 195 imprese italiane.

State Grid Corporation of China, la più grande azienda pubblica al mondo nel settore energetico e considerata da Fortune in settima posizione nell’indice Global500 delle maggiori corporations mondiali, è nata nel 2002 dalle ceneri dell’allora azienda unica di Stato cinese nell’ambito dell’energia – la State Electric Power Corporation – all’atto delle liberalizzazioni nella Repubblica Popolare, di fatto risolte nel semplice scorporo in due altre aziende di Stato. La SGCC infatti controlla al momento gli impianti di produzione elettrica e distribuzione, oltre al controllo totale delle cinque aziende regionali per l’elettricità costituite dopo l’operazione. Di fatto rimanendo l’operatore più potente del settore energetico cinese, servendo con un milione e mezzo di dipendenti l’80% del mercato interno e la bellezza di più di un miliardo di utenti solo in patria, contando di raggiungere i 50 miliardi di dollari in investimenti esteri entro il 2020. Presidente dal 2004 è Liu Zhenya, funzionario di carriera nel settore energetico statale e membro del Comitato Centrale del Partito comunista cinese.

sgccrenportogalloProtagonista di una aggressiva campagna di acquisizioni nell’ambito delle privatizzazioni avvenute durante gli ultimi anni nel sud-est asiatico, principalmente ai danni di Filippine e Malesia, la State Grid è lanciata nella corsa a divenire anche uno dei principali distributori australiani, acquisendo il 19,9% della SP AusNet e del 60% della SPI Australia Assets, tramite accordi con la Singapore Power.
Entrata successivamente nel mercato latino prima con un piede in Brasile e poi con l’ingresso al 25% in REN, società che gestisce la distribuzione elettrica in Portogallo, SGCC potrebbe secondo il Sole 24 Ore sbarcare a breve termine anche in Italia con l’acquisto di quote nel settore delle reti gas (Snam) ed elettrico (Terna) che, da dichiarazioni del premier Letta, potrebbero essere parte dell’infausto piano di cessioni dell’industria strategica pubblica da parte del governo di coalizione. Al momento lo Stato italiano possiede infatti circa il 30% sia di Snam che di Terna tramite Cassa depositi e prestiti (Cdp): le azioni della prima si trovano dentro una controllata di Cdp (Cdp Reti), nella quale confluiranno prossimamente anche quelle di Terna ed il pacchetto di controllo della Trans Austria Gas Pipeline (Tag), la linea che trasporta gas in Italia dalla Russia attraverso l’Austria, di cui lo Stato possiede l’89%. Terminata questa operazione il piano prevede che venga ceduto sul mercato il 49% di Cdp Reti stessa, cui sarebbe appunto interessata la State Grid Corporation of China, e che, per la banca d’investimenti Equita, “sembra la più rapida fra le privatizzazioni allo studio da parte del governo, senza però effetti diretti sui titoli quotati”.

Forse senza effetti sul controllo e sui titoli, ma certamente con i mai abbastanza sottolineati effetti di drenaggio di dividendi ed utili che dal territorio nazionale verrebbero dirottati all’estero impoverendo ulteriormente il tessuto economico nazionale. Un aspetto questo che mai viene considerato abbastanza anche per la cessione degli altri pacchetti azionari interessati dal piano – come il 40-50% di Fincantieri, ma anche il 60% di Sace, il 40% di Enav, che gestisce il controllo del traffico aereo civile, il 60% di Grandi Stazioni, impegnata a valorizzare e rendere remunerative le 14 maggiori stazioni ferroviarie italiane, ed StMicroelectronics (StM) – per i quali si parla di incassi pari a circa 10-12 miliardi di euro, cui una metà andrebbero ad intaccare inutilmente il colossale debito pubblico italiano pari a 2.085 miliardi di euro. In pratica come licenziarsi da lavoro per pagare alcuni debiti con la liquidazione ottenuta. E rimanendo disoccupati con ovvie conseguenze il mese successivo.


Gabriele Taddei

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