europa-131217172207_mediumRoma, 16 giu – Il settore delle tlc sta vivendo un periodo di forti novità, dall’introduzione del 4g alle recenti intese con i colossi dei contenuti audio e video (Vodafone con Spotify, Telecom con Sky), fino all’ondata di fusioni e acquisizioni che sta interessando tutto il mercato europeo. Cambiamenti importanti, fortemente legati a quella che è stata la gestione della concorrenza da parte di Bruxelles e delle singole autorità nazionali negli scorsi anni.

Fra tutti i settori a monopolio naturale quello delle telecomunicazioni è tra i più noti, dove la difficile replicabilità degli investimenti in infrastrutture a rete riduce le imprese impegnate sul mercato a un numero pari, al limite prossimo, all’unità. Una nozione economica abbastanza elementare, che il policy maker europeo sembra aver superato almeno da un paio di decenni in molti settori importanti di ogni economia sviluppata (elettricità, gas, trasporti etc.). Tutta una serie di privatizzazioni e liberalizzazioni eterodirette, che hanno trovato terreno fertile in alcune sacche di inefficienza ma soprattutto nell’impreparazione, nella soggezione e quindi nella connivenza della classe politica, quantomeno nostrana.

Con riferimento al mercato delle tlc il discorso si apre a un ottica più continentale: oggi in Europa sono attivi più di 600 operatori di rete fissa e 20 di rete mobile, rispettivamente 17 e 4 negli Stati Uniti; per un numero di abitanti assolutamente paragonabile (310 mln in Usa, complessivamente 330 mln in Germania, Francia, Spagna, Uk e Italia, cui i precedenti dati si riferiscono). Qualcuno, a ragione, potrebbe pensare che qualcosa non quadri: una frammentazione così estesa ha ovviamente generato una guerra al ribasso dei prezzi, di cui hanno beneficiato in primis i consumatori, ma ha anche portato una contrazione dei ricavi, non tipica di un mercato dove la ricerca e gli investimenti in nuove tecnologie assumono un ruolo primario.

Siamo ai giorni nostri, dove non si è diffusa la connessione via cavo (Inghilterra, America) e soprattutto in Italia, scontiamo una velocità e una qualità di connessione molto bassa, con conseguenze sul nostro sistema produttivo tutt’altro che trascurabili. Un ritardo tecnologico che ha ripercussioni anche sul capitale umano e sulla penetrazione in settori ad alta redditività. Ed è così che arrivano i cinesi, con il 30% degli investimenti in meno rispetto gli States è il minimo che potesse accadere: non solo in Irlanda, dove la locale Tre (Hutchison Whampoa) si è fusa con O2 (Telefonica) ma anche in Italia dove l’acquisizione di Wind è data per conclusa. Gli spagnoli, già di casa nel nostro paese con l’entrata in Telecom, sono in prima fila anche per E-plus (Germania).

Sembra quindi che il mercato stia andando in tutt’altra direzione rispetto quella tracciata dai tecnocrati di Bruxelles, quindi verso una riduzione degli operatori e un incremento degli investimenti nelle nuove tecnologie di trasmissione dati. Tutte mosse che l’antitrust Ue non è disposta a farsi passare sotto il naso e per questo ha già annunciato una serie di provvedimenti volti a favorire gli operatori virtuali (quelli che non possiedono un propria infrastruttura ma utilizzano quella di altri operatori), con lo scopo di mantenere i prezzi bassi e scoraggiare le fusioni.

Grandi gruppi multinazionali ed enormi patrimoni finanziari da una parte, burocrazie tecnocratiche e filoaltantiste dall’altra. Noi, in ogni caso, restiamo a guardare.

Armando Haller

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