Tfr e Stato sociale: da Mussolini a Renzi

Roma, 4 ott – In questi giorni si parla molto, e spesso a sproposito, del Jobs Act renziano e del cosiddetto Tfr, ossia il «trattamento di fine rapporto», più noto come liquidazione. Si tratta di una parte di retribuzione al lavoratore dipendente che viene erogata da parte del datore di lavoro al momento della cessazione del rapporto di lavoro. Questa buonuscita viene elargita sia in caso di licenziamento (anche giustificato), sia di dimissioni, sia di normale pensionamento. Tale indennizzo, infine, viene calcolato in base agli anni di attività svolta dal dipendente (pubblico o privato) presso il datore di lavoro.

carta_del_lavoroEbbene Renzi, tornato dagli Stati Uniti quanto mai galvanizzato per il loro «efficiente» e «lungimirante» turbo-capitalismo, ha intenzione di erogare il Tfr non al momento della pensione o del licenziamento, bensì mensilmente in busta paga. Questa furbata, secondo il boy scout fiorentino e la sua allegra accolita di yuppies, dovrebbe garantire alle famiglie italiane più soldi da spendere e quindi, miracolosamente, far ripartire un’economia in crisi di consumi. È un’antica ricetta neoliberista che tende a far spendere i meno abbienti per poterli così meglio spremere fino all’ultimo. Ora, ci siamo già soffermati sulle insidie e sugli effetti controproducenti di questo gioco delle tre carte (leggi qui e qui), gioco che sembra peraltro diventato il marchio di fabbrica del Renzi-style, assieme a tweet e selfie col suo faccione innocente e giovanile. Questa la cronaca, ma la storia che ci dice?

Intanto ci dice che il Tfr ha una ben precisa data di nascita: il 21 aprile del 1927, ossia anno V dell’èra fascista. Nel testo della famosa Carta del Lavoro, che tracciava le basi programmatiche dell’economia della nuova Italia e dell’ordinamento corporativo, all’articolo 17 si può infatti leggere: «Nelle imprese a lavoro continuo il lavoratore ha diritto, in caso di cessazione dei rapporti di lavoro per licenziamento senza sua colpa, ad una indennità proporzionata agli anni di servizio. Tale indennità è dovuta anche in caso di morte del lavoratore». La data della pubblicazione della Carta non è casuale: il 21 aprile è, come tutti sanno, la data della fondazione di Roma, nonché – molto significativamente – della festa dei lavoratori durante il ventennio mussoliniano. Già in questo elemento simbolico, quindi, è rintracciabile una precisa scelta culturale, un ben riconoscibile animus informatore, che si riconnette al decorum latino e non al business dell’alta finanza a stelle e strisce, tra l’altro declinato nell’inglese maccheronico e maldestro dell’attuale presidente del consiglio.

Ma le differenze, ovviamente, non finiscono qui: Mussolini, in linea con la sua politica economica spiccatamente solidaristica, stava in quegli anni fondando lo Stato sociale, mentre il «rottamatore» Renzi questo Stato sociale lo sta invece liquidando, se proprio di «liquidazione» si deve parlare. Si tratta più precisamente di uno Stato che è il figlio di conquiste sociali rivoluzionarie, con cui il fascismo voleva far sentire tutti i cittadini italiani parte attiva di un’avventura collettiva. C’era, pertanto, una precisissima idea di civiltà dietro quelle conquiste e quell’architettura statuale, non certo l’infatuazione per arzigogolate alchimie finanziarie partorite da qualche abile truffatore di Wall Street. I costruttori di storia, quindi, contro i ragionieri. La civiltà contro la contabilità. Il marmo contro la palude.

pullini_officina_1934

Pio Pullini, «L’officina» (1934).

Ai più scettici può sembrare anche una notazione banale o vuotamente retorica, eppure è così: ogni politica economica, se non sostenuta da un progetto culturale e comunitario d’ampio respiro, non può che risultare sterile se non addirittura controproducente, come nel caso del Jobs Act renziano. Se si legifera, cioè, in base a meri ragionamenti utilitaristici ed egoistici, ogni riforma è destinata a rimanere lettera morta. Proprio perché l’economia – contrariamente a quello che comunemente si crede – non è una scienza matematica, bensì una scienza umana: è il regno degli uomini, non dei numeri. E se gli uomini sono educati all’egoismo e alla meschinità, come recita il verbo americano tanto caro a Renzi, non c’è finanziaria che tenga.


Tutto questo, del resto, Mussolini lo aveva lucidamente compreso. Nel famoso e bellissimo Discorso per lo Stato corporativo (1933), tra i vari requisiti di un «corporativismo pieno, completo, integrale, rivoluzionario», il Duce sapeva infatti molto bene quale fosse quello veramente fondamentale: «Terza ed ultima e più importante condizione: occorre vivere un periodo di altissima tensione ideale. Noi viviamo in questo periodo di alta tensione ideale. Ecco perché noi, grado a grado, daremo forza e consistenza a tutte le nostre realizzazioni, tradurremo nel fatto tutta la nostra dottrina. Come negare che questo nostro, fascista, sia un periodo di alta tensione ideale? Nessuno può negarlo. Questo è il tempo nel quale le armi furono coronate da vittoria. Si rinnovano gli istituti, si redime la terra, si fondano le città». Altro che boy scout e coca-cola light.

Valerio Benedetti

Print Friendly

Una risposta a Tfr e Stato sociale: da Mussolini a Renzi

  1. Pingback: Tfr dei lavoratori: il governo tenta l’ennesimo scippo | Il Sud con Salvini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.