tfr in busta pagaRoma, 4 giu – La possibilità per i dipendenti di farsi pagare una parte del Tfr in busta paga insieme al normale stipendio si è rivelata un flop senza precedenti. Secondo i primi dati forniti dalla fondazione dei consulenti del lavoro soltanto 567 dipendenti su un totale di circa un milione occupati nell’ambito delle imprese di grandi dimensioni (con oltre 500 dipendenti) ha optato per questa possibilità. Praticamente lo 0,05%, mentre il governo si attendeva un’adesione oscillante tra il 40 ed il 60% con un gettito fiscale di oltre 2 miliardi di euro.

Ma come  ampiamente previsto a suo tempo proprio l’aspetto fiscale è stato il primo elemento determinante nella scelta di non usufruire del diritto di anticipo. Infatti a differenza del Tfr erogato al termine del rapporto di lavoro o nel caso di anticipo ai sensi dell’art. 2120 del Codice Civile, il Tfr erogato in busta paga viene assoggettato a tassazione ordinaria e quindi viene tassato all’aliquota marginale più alta, mentre nei due casi di cui dicevamo prima il metodo di imposizione è quello della tassazione separata e quindi all’aliquota media degli ultimi 5 anni. L’aliquota media è sicuramente più bassa rispetto all’aliquota marginale proprio grazie alla struttura progressiva a scaglioni dell’Irpef. Pertanto i lavoratori, subodorando la fregatura, hanno intelligentemente lasciato perdere.

Un secondo motivo, poi, che ha scoraggiato i lavoratori a pretendere il pagamento immediato del Tfr è proprio lo scopo per il quale il Tfr era stato introdotto ai tempi del regime fascista: lo scopo previdenziale. Il Tfr infatti, considerando la continua perdita di valore d’acquisto degli stipendi e l’impossibilità di destinare una quota parte degli stessi al risparmio, è diventato per centinaia di migliaia di famiglie l’unica forma di risparmio, forzoso, che possa essere utilizzato in momenti di difficoltà. Monetizzarlo solo per avere una maggiore possibilità di consumo immediato non è stata considerata, fortunatamente, una soluzione fattibile dalla stragrande maggioranza dei lavoratori.

Il Tfr in busta paga è l’ennesimo schiaffo che il governo Renzi ha preso negli ultimi mesi, e stavolta non da giudici o da Stati esteri bensì dai lavoratori dipendenti stanchi di essere trattati come mucche da mungere. Il timore è che il governo non desista arrivando a rendere obbligatoria la corresponsione del Tfr in busta paga da parte del datore di lavoro stravolgendo proprio la funzione previdenziale dello stesso. Nel frattempo, proprio per rendere meno appettibile l’accantonamento del trattamento fine rapporto la Legge di stabilità per il 2015 ha portato la tassazione sulla rivalutazione del fondo dall’11 al 17%. Aumento subdolo, perché non percepito dai lavoratori fino a quando cesseranno il rapporto e percepiranno un importo inferiore di liquidazione.

Walter Parisi

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