Roma, 9 feb – È giunta a margine dell’incontro tenuto lo scorso mercoledì allo Sviluppo Economico, fra il ministro Calenda e l’ad israeliano Amos Genish, la notizia secondo cui Tim sarebbe disposta allo scorporo della rete fissa di cui è attualmente proprietaria: “Abbiamo presentato un’ipotesi di evoluzione volontaria del modello di separazione delle rete […] Si tratta di una proposta che porterebbe alla creazione di un’entità legale separata controllata al 100% da Tim”. La misura sarà discussa al cda del prossimo 6 marzo, nell’occasione in cui verrà presentato anche il nuovo piano industriale.

Per gli addetti ai lavori si tratta di un annuncio dalla portata estremamente rilevante. A operazione terminata, si compirebbe un ulteriore passo verso la piena concorrenza nel settore delle comunicazioni fisse, con tutti gli operatori in grado di utilizzare un’unica rete alle medesime condizioni contrattuali e operative (1). Una situazione che, almeno formalmente, dovrebbe essere già garantita dalla regolamentazione vigente e che potrebbe migliorare solo di poco con il controllo della nuova società ancora totalmente sotto il controllo di Tim.

Per comprendere la portata dell’annuncio c’è quindi bisogno di aggiungere almeno un paio di  elementi ulteriori, a partire dagli sponsor dell’operazione o quantomeno dai soggetti che ne beneficerebbero.

In testa vi è certamente il socio di maggioranza Vivendi, motivo per cui l’annuncio si configura come la realizzazione di un intento già noto: con la separazione dalla rete e la successiva vendita (anche parziale) della nuova società proprietaria dell’infrastruttura, i francesi avrebbero nuove risorse da destinare a quello che è stato presentato come vero obiettivo dell’ingresso in Tim, ovvero la creazione di una media company europea in grado di competere con i colossi della pay-tv e dello streaming. Ovviamente, i proventi dello scorporo potrebbero essere utilizzati anche per alleggerire il pesante debito, cresciuto enormemente a margine della pessima privatizzazione realizzata dal governo Prodi, e incrementare il valore del titolo in borsa (da anni stabilmente al di sotto del target).

Accanto vi è poi Open Fiber, la joint venture Enel – Cassa Depositi e Prestiti, destinataria di oltre tre miliardi di fondi europei per la realizzazione di una rete in fibra ottica nelle aree più periferiche del Paese. Non è del resto un segreto che in molti spingano per fare dell’azienda, nata grazie al forte impegno del governo Renzi, il principale soggetto proprietario della rete fissa in Italia. Uno scenario ovviamente impensabile, visti i costi e i tempi di realizzazione di una rete di telecomunicazioni fissa, senza l’acquisizione dell’infrastruttura di Telecom Italia. Il modello è quello di un operatore proprietario della rete che non venda il servizio gli utenti finali ma affitti la rete, senza alcun incentivo alla discriminazione, agli operatori che operano nel mercato al dettaglio. Un’operazione che sembra tuttavia molto azzardata, oltre che dispendiosa, e i cui analoghi a livello internazionale si contano sulla punta delle dita, peraltro con successi ancora da dimostrare.

Infine, fra i soggetti che promuoverebbero lo smembramento, gli operatori di comunicazioni che utilizzano la rete di Telecom per erogare i propri servizi di rete fissa e che, a partire dalla liberalizzazione del mercato, hanno iniziato ad acquisire quote di mercato progressivamente maggiori. Fra queste, emergono evidentemente tutte le maggiori aziende a capitale straniero attive sul mercato italiano.

Al di là degli attori in gioco, a completare il quadro nel breve periodo ci sono le due partite già aperte fra i soci francesi e il governo, molto probabilmente riconducibili alla recente decisione dell’ad di valutare lo scorporo della rete: la prima è quella del provvedimento di “golden power“, che permette al governo di esercitare i poteri speciali su un’azienda considerata strategica, contro cui Tim ha recentemente promosso a sorpresa un ricorso al Presidente della Repubblica. La seconda è la sanzione, non ancora emessa ma presumibilmente di un valore superiore ai 200 milioni, cui sarebbe soggetto il gruppo guidato da Vincent Bolloré a causa della tardiva notifica di ingresso nel capitale di Tim.

L’offerta della rete, ben gradita agli ambienti governativi poiché in grado di far decollare il disegno di Open Fiber, potrebbe essere solo uno stratagemma dei francesi per ricucire con l’esecutivo dopo il ricorso all’esercizio della golden power e per provare a ridimensionare la sanzione che pende sui conti di Vivedi? Possibile, soprattutto a margine del fatto che fra gli annunci e la completa separazione della rete, oltre a un iter molto complesso, ci sono elezioni, che potrebbero modificare gli orientamenti dell’esecutivo in materia. Tutti elementi che portano a qualificare la mossa francese più come parte di una tattica di breve periodo che una scelta di strategia industriale.

Di certo invece c’è solo che come Stato, a differenza di altri importanti Paesi, non abbiamo da tempo il controllo di uno dei più importanti soggetti economici attivi sul territorio nazionale, con più di 50mila dipendenti, diversi miliardi di investimenti ogni anno e con l’asset più importante in bilico fra deperimento ed esproprio. In Francia la chiamerebbero una débâcle.

Armando Haller

 

(1) La proprietà, da parte dell’ex monopolista, dell’unica rete di telecomunicazioni fissa è infatti considerata dagli altri operatori come un’arma in grado di discriminare i concorrenti, malgrado l’importante impianto normativo presente in Italia a garanzia della parità di trattamento. Tutti gli operatori utilizzano infatti la rete dell’ex-Telecom Italia per fornire i servizi di rete fissa (il numero di linee attivate sulla rete della neonata Open Fiber è, al momento, ancora trascurabile). Differente è la situazione nel settore mobile dove ogni operatore ha costruito una propria rete radio di cui ha il pieno controllo.

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