Roma, 13 ago – Già due anni fa avevamo parlato del colossale progetto Transaqua, l’insieme di infrastrutture fluviali atte in prospettiva a salvare il lago Ciad dal prosciugarsi e così trasformare un immenso territorio in una zona fertile e rigogliosa. Ebbene, è notizia di questi giorni che l’italiana Bonifica Spa ed il conglomerato cinese Power China hanno stretto un accordo per la sua effettiva realizzazione, 40 anni dopo il progetto originario. La lettera è stata firmata nel corso di un incontro tra i dirigenti delle due imprese tenutosi ad Hangzhou dal 6 all’8 giugno, alla presenza dell’ambasciatore italiano in Cina, ed è stato reso noto all’inizio di agosto.

Stiamo parlando essenzialmente di un canale lungo 2400 km che, partendo dalla regione meridionale del Congo intercetterebbe l’acqua degli affluenti destri dell’omonimo fiume tramite sbarramenti e laghi artificiali, e riverserebbe fino a 100 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, per gravità, nel Lago Ciad, allo scopo di ripristinarne le dimensioni originali e in aggiunta produrre elettricità e abbondante acqua per l’irrigazione. Se sembrano tanti, in realtà si tratta di circa il 5% dell’acqua complessiva degli affluenti del Congo medesimo, per cui è perfettamente sostenibile anche dal punto di vista ambientale. Anche perché i tecnici di Bonifica Spa hanno calcolato che per riempire il Lago Ciad occorrano “appena” 50 miliardi di metri cubi. Il canale originale di Transaqua dovrebbe essere in grado di raccoglierne il doppio, e mettere il surplus a disposizione dell’agricoltura.

Si tratta di un’operazione titanica di infrastrutturazione territoriale su una scala con pochi precedenti. La questione che nessuno osa sollevare è, però, squisitamente politica. Ovvero: sono i governi africani capaci di gestire questa immensa ricchezza messa ancora una volta nelle loro mani? Ancora una volta poiché tutte le infrastrutture attualmente esistenti in Africa sono state costruite dai vari regimi coloniali, e distrutte in larghissima parte dopo la “liberazione” dalle giunte di militari che hanno governato mezzo continente.

Giustamente la Cina, che non è governata da fessi, i suoi investimenti li difende manu militari, disinteressandosi di qualsiasi rimostranza locale. La zona del lago Ciad oltretutto è notoriamente un bacino di reclutamento per la teppaglia salafita di Boko Haram, il che vuol dire una cosa sola: ci sarà da menare le mani. Sarebbe forse il caso che il Governo italiano riscoprisse la propria autentica vocazione geopolitica nella difesa dell’interesse nazionale e nello sviluppo di aree depresse dell’Africa, anche in funzione del contenimento dei flussi migratori?

Matteo Rovatti

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