Saccomanni esulta per l’accordo raggiunto sull’unione bancaria europea, ma è la posizione tedesca a vincere su tutti i fronti

Bruxelles, 20 dic – L’accordo sull’unione bancaria europea, raggiunto dai 28 paesi della Ue nella nottata di ieri “rappresenta un evento, la cui importanza sarebbe paragonabile solo all’unione monetaria”. Sono parole del ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, pronunciate all’uscita dal vertice. Il governo italiano esulta, perché considera l’intesa di stanotte un successo nostrano. Analizzando le 150 pagine dell’accordo, le cose stanno in maniera del tutto diversa. In sintesi: la Germania ha vinto su tutta la linea e ha fatto una sola concessione.

L’accordo prevede la nascita di un fondo comune di risoluzione, suddiviso transitoriamente fino al 2025 in compartimenti nazionali. Le risorse saranno erogate al ritmo del 10% all’anno e rese comuni e permanenti dal 2025. E’ stata prevista una procedura unica per provvedere al salvataggio finanziario di una banca in tutta l’Unione Europea, con una garanzia comune sui depositi bancari fino a 100 mila euro.

Nel caso di crac di un istituto, il primo 8% degli asset dovrà essere finanziato dagli stessi privati (azionisti, obbligazionisti e depositi sopra i 100 mila euro), mentre il successivo 5% dai fondi nazionali, alimentati a priori dalle stesse banche per almeno 55 miliardi di euro. Per non gravare in maniera repentina sui bilanci già sconquassati degli istituti, tali risorse saranno richieste in via progressiva nell’arco di 10 anni e nel frattempo l’Italia ha ottenuto (unica concessione dei tedeschi) che vi siano soldi a sufficienza per salvare eventualmente una banca, creando una sorta di “paracadute finanziario” ancora ignoto nel suo significato e non valido per la Germania. Il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble ha avuto la meglio sulle controparti sia italiana che francese, tutelando i contribuenti tedeschi.

Solo se le risorse private e nazionali fossero insufficienti, la banca potrà chiedere aiuto al fondo comune di risoluzione (nella fase transitoria ci penserebbe il Meccanismo Europeo di Stabilità per il quale l’Italia ha già versato 45 miliardi di euro), ma si tratterebbe di un prestito da restituire, non a fondo perduto. E non sarebbe erogato direttamente, bensì passando dal governo nazionale con tutti i conseguenti forti aggravi sul bilancio dello Stato.

Quanto al meccanismo decisionale, il fondo deciderà tramite un suo consiglio di risoluzione, composto dalle autorità nazionali, ma la Commissione potrebbe chiedere l’intervento dell’Ecofin (consiglio composto dai ministri dell’economia e delle finanze degli stati membri) per bloccare una sua decisione. L’Ecofin voterebbe a maggioranza semplice. Ma se un istituto battesse cassa per almeno il 20% delle risorse del fondo o dopo che nell’anno ne sono state utilizzate per almeno 5 miliardi di euro, il consiglio di risoluzione si riunirebbe in sessione plenaria, presenti tutte le autorità nazionali, e voterebbe a maggioranza dei due terzi, rappresentante almeno il 50% del capitale del fondo.

In conclusione, le ricapitalizzazioni di una banca non avverrebbero né direttamente, ne in prima battuta, essendo richiesto il cosiddetto “bail-in”, ossia il coinvolgimento preventivo dei privati. La stessa banca, poi, sarebbe finanziata per il tramite dello Stato in cui ha sede, mentre il processo decisionale è nei fatti rimasto per lo più nelle mani dei governi, perché potranno sempre avere l’ultima parola con l’Ecofin o dentro al consiglio in sessione plenaria. Il meccanismo unico di risoluzione entrerà in vigore dal 1 gennaio 2015, dopo il via libera dell’Europarlamento.

Giuseppe Maneggio

 

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