LEGGE DI STABILITA': PREMIER, CORSA CONTRO IL TEMPO TRA PARTITI E PARTI SOCIALIRoma, 16 ott – «Il nostro obiettivo è fare ogni sforzo di riduzione dell’onere fiscale che grava sul lavoro e sulle imprese […] compensandolo attraverso interventi di spending review e rimanendo all’interno dei vincoli europei». Queste le parole, pronunciate qualche giorno fa dal ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, a premessa della legge di stabilità appena licenziata dal governo. Nessuna deviazione dall’ortodossia del rispetto del tetto al 3% del deficit. Nessuna inversione di marcia da quell’austerità che da tempo ormai stride sia con Keynes che soprattutto con il buon senso. Nessuna concessione alla crescita, in fin dei conti. In questo quadro non sorprende che la legge ex-finanziaria sia ormai diventata nient’altro che un esercizio contabile di trasferimento di risorse da una mano all’altra di un bilancio sempre più con il fiato corto e che lascia poco spazio alla crescita.

Vediamo in dettaglio le misure più importanti e nelle quali si esemplificano i vincoli (auto)imposti. Partiamo anzitutto dalle coperture, che si attendono principalmente dalla revisione della spesa con una previsione ottimistica di 4,5 miliardi e dalla cessione di immobili per 1,5: in questo secondo caso ad essere coinvolta sembra sarà direttamente la Cassa depositi e prestiti, come vettore per superare gli insuccessi delle dismissioni tentate negli anni passati. Esce invece dal testo la revisione della tassazione sulle rendite finanziarie. Di fronte a tutte le ipotesi di innalzamenti delle aliquote, poi non tramutatesi almeno direttamente in realtà, forse questa avrebbe potuto essere la più “equa” (per quanto una tassa possa esserlo) in specie nell’ottica di una ricentratura dello sviluppo in chiave di economia reale. Rimane solo l’aumento dell’imposta di bollo sulle comunicazioni inerenti ai prodotti finanziari. Tant’è, sono invece presenti agevolazioni per consentire agli istituti bancari di contabilizzare con maggiore facilità le perdite sui crediti. Legittimo il dubbio che la scelta possa non condurre agli esiti sperati –e cioè la ripresa da una stretta creditizia che ancora si fa sentire– ma serva esclusivamente alle banche per consolidare la propria situazione patrimoniale. D’altra parte, le misure di iniezione di liquidità poste in essere dalla Bce non hanno prodotto altro effetto se non proprio questo.

Per quanto riguarda invece le misure attive si comincia dalla cassa integrazione in deroga, che viene rifinanziata per 600 milioni a fronte di un fabbisogno stimato attorno al miliardo. Le tanto attese misure sul taglio del cuneo fiscale, che venivano stimate essere nell’ordine di almeno 4 si ritrovano a contabilizzarne circa la metà. Questo limitatamente al 2014 e con l’intenzione di arrivare nel triennio ad un taglio più sostanzioso, il quale però è tutto di là da vedersi. Laconico il commento di Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria:  «la legge non incide realmente sul costo del lavoro: noi avevamo indicato come priorità assoluta il taglio del cuneo fiscale». Ad essere rifinanziata è anche la social card, che vede la platea dei beneficiari estendersi ai cittadini stranieri. Nonostante le indiscrezioni dei giorni scorsi vengono invece mantenute le promesse del ministro Lorenzin, che si era frapposta a nuovi tagli alla sanità. Nella finanziaria trovano spazio, infine, anche misure volte a favorire la capitalizzazione delle imprese.

Fiducioso del premier Enrico Letta, che nel presentare la legge ha posto l’accento sull’esigenza di: «Intervenire sul lungo periodo, per tre, anni per dare certezze a imprenditori e lavoratori». Di tutt’altro avviso sindacati e Confindustria, con i primi a ragionare già sull’ipotesi sciopero generale mentre l’associazione datoriale, riconoscendo comunque la validità delle misure, lamenta la mancanza di coraggio. Emblematiche le parole ancora di Squinzi:  «I passi sarebbero anche nella direzione giusta, ma ancora una volta sono passi non sufficienti a far ritrovare la crescita: spero si possa intervenire ulteriormente e fare qualcosa di più».

Filippo Burla

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