Afghanistan: l’oppio sulla Via della Seta

afghanistan_drug1Kabul, 21 nov – L’Afghanistan fa parte, con Pakistan e Iran, della cosiddetta “Mezzaluna d’Oro” , regione in cui viene prodotto il maggior numero al mondo di sostanze stupefacenti derivate dall’oppio.

Pochi giorni fa è stato reso pubblico un dossier dell’UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime), secondo il quale la produzione di oppio in Afghanistan è aumentata del 36% solo nell’ultimo anno. Questa percentuale risulta particolarmente significativa in quanto il commercio di oppiacei è  strettamente connesso alle vicende politiche e storiche del paese e ha costituito uno dei più importanti fattori di instabilità nella storia dell’Afghanistan. La crescita dell’insicurezza politica nel sud del paese, dove oggi viene coltivata la maggior parte del papavero da oppio, ha impedito l’attecchimento di una forte autorità governativa e legislativa; infatti, i narcotrafficanti hanno da sempre sfruttato la debolezza di potere locale facendo ricorso alla corruzione. L’economia dell’oppio è in parte una conseguenza e in parte una causa dei processi di guerra, di instabilità politica e di fallimento statale: la guerra crea le condizioni per le quali la produzione di oppio possa prosperare, ma il narcotraffico incentiva la creazione di un’economia di guerra autosufficiente che di fatto limita gli sforzi compiuti dalle autorità legittime per il completamento del processo di state building.

La storia della rotta dell’oppio afghano lungo la Via della Seta è molto antica. Agli inizi del XX secolo le autorità afghane avevano già segnalato la presenza di tale fenomeno anche se l’ampiezza dell’area interessata e il volume della produzione erano ancora contenuti (nell’attività erano allora coinvolte solo tre province, Herat, Badakshan e Jalalabad). Secondo le stime quantitative raccolte per la prima volta nel 1932, l’Afghanistan produceva 75 tonnellate di oppio su un’area inferiore a 4000 ettari. Nel 1945 le autorità afghane ne proibirono la produzione: tale bando consentì il decremento di 12 tonnellate nel 1956 e fu seguito da un’altra legge, promulgata nel 1957, per rafforzare ulteriormente il divieto. A causa del mancato rispetto di tale interdizione da parte delle popolazioni locali e dell’atteggiamento passivo e inconcludente del governo di Kabul nell’affrontare  il problema, nel 1972 l’Afghanistan fu annoverato nella lista dei paesi che rappresentavano una minaccia immediata in termini di controllo del fenomeno del narcotraffico .  Il ritiro delle forze militari russe, la dissoluzione dello Stato sovietico e la fine della Guerra Fredda non comportarono la scomparsa di tale economia illegale in Afghanistan.  La produzione di oppio in Afghanistan registrò un tasso di crescita medio annuo del 15% nel ventennio 1980-2000, quasi il doppio del tasso di crescita mondiale che era allora dell’8% . Nel 1980 il Paese produceva il  19% dell’oppio mondiale, percentuale che raggiunse il 52% nel 1995 fino al 79% registrato nel 1999.

Oggi la comunità internazionale si domanda come riuscire ad arginare il problema del traffico di stupefacenti, promuovendo inutili, se non dannosi, programmi di sradicamento della coltura senza analizzare il contesto in cui questa economia illecita è fiorita nel corso degli ultimi cento anni. Gli alternativi programmi di sostituzione della coltura di papavero da oppio si sono a loro volta rivelati un fallimento: il cambiamento verso il concetto di sussistenza alternativa avrebbe dovuto significare l’inclusione di fattori più importanti come l’accesso a beni come terra, acqua, credito e mercati. Ma questo miglioramento concettuale non è stato mai tradotto nella pratica.


Il contesto è un decennio di conflitto il cui frutto è l’aumento esponenziale delle violenze ai danni di civili a ridosso delle elezioni presidenziali 2014 e del ritiro delle forze internazionali dal territorio, e il rafforzamento economico e militare, anche grazie ai proventi del narcotraffico, di quelle forze antigovernative (quali quelle talebane) che il governo statunitense si era posto di annientare nell’autunno 2001.

Ada Oppedisano

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