ratingParigi, 8 nov – Ricordate quando le agenzie di rating avevano preso di mira l’Italia e a Parigi e Berlino si ridacchiava neanche tanto sotto ai baffi per le difficoltà di noi altri? Ebbene, vale sempre il detto “ride bene chi ride ultimo”.

Standard&Poor’s ha, infatti, tagliato il rating sovrano della Francia da AA+ a AA. L’outlook passa da negativo a stabile. Secondo l’agenzia le riforme varate da Parigi in campo fiscale, dei servizi e del mercato del lavoro non sono sufficienti a incrementare le stime di crescita.

Pesa, inoltre, il taso di disoccupazione che rende debole il sostegno alle pur importanti misure di politica fiscale e strutturale. “L’outlook stabile riflette la nostra aspettativa che il governo si impegni a contenere il debito netto e che – si legge nella nota – la probabilità di un’ulteriore azione sul rating della Francia nel corso dei prossimi due anni è inferiore a uno su tre”.

Il governo francese, pronto a prendere per oro colato i pareri delle agenzie sugli altri Stati, stavolta sembra aver cambiato idea e infatti contrattacca. Il giudizio sulla Francia “rimane tra i migliori al mondo”, ha detto il primo ministro Jean-Marc Ayrault aggiungendo che l’agenzia di rating americana non prende in considerazione “tutte le riforme”. Prima di lui aveva espresso la sua amarezza il ministro dell’Economia, Pierre Moscovici, che aveva definito il giudizio di S&P “critico e inesatto”.

Piccole (e in fondo vane) rivincite scioviniste a parte, resta il problema di una situazione assurda in cui organismi privati, gestiti da operatori finanziari che rispondono a interessi ben precisi, danno le pagelle a stati e governi. In questo modo l’autonomia della politica va a farsi benedire poiché governare non significa più fare delle scelte, decidere in base a dati presupposti valoriali e per conseguire determinati obbiettivi laddove governi di segno opposto potrebbero legittimamente mettere in campo altre politiche per raggiungere altri obbiettivi a partire da altri valori. Nel mondo a dimensione di rating, l’obbiettivo è uno e governi si distinguono solo nell’efficienza che impiegano nel conseguirlo. Efficienza peraltro certificata solo da pochi enti oligarchici privi di contraddittorio. E fu così che giungemmo alla più subdola delle dittature.

 

 

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