urrrrrMontevideo, 24 giu – A dividerci sono il calcio, l’oceano e forse null’altro. Italia-Uruguay è qualcosa più di una partita di calcio, è un faccia faccia tra fratelli di sangue. Se tutto cominciò nel cinquecento con i marinai genovesi che giunsero nell’allora colonia spagnola, fu nell’ottocento che gli emigranti italiani “colonizzarono” l’Uruguay andando a costituire circa la metà della popolazione e fornendo un contributo decisivo allo sviluppo dell’architettura e dell’urbanistica della nazione sudamericana. La gran parte degli italiani lavoravano nel settore edile e fu il genovese Francesco Piria a fondare un’intera città che ancora oggi porta il suo nome: Piriapolis. Oggi gli oriundi sono 1,5 milioni che costituiscono il 44% della popolazione uruguagia e i cittadini italiani sono circa 90 mila.

Non pare superfluo ricordare però le gesta latinoamericane dell’illustre italiano che più di ogni altro ha segnato la storia dell’Uruguay: Giuseppe Garibaldi. Il patriota ligure partecipò alla guerra civile in cui si scontrarono Blancos e Colorados, questi ultimi sostenuti da centinaia di nazionalisti italo-uruguaiani. Nel 1843 fu proprio il condottiero nato a Nizza a costituire la Legione Italiana le cui truppe, composte da 700 uomini, avevano come bandiera un drappo nero e indossavano ante litteram la camicia rossa, scelta dettata dal destino e non per chissà quale vezzo simbolico. I combattenti italiani infatti potendo contare su ben poche risorse economiche realizzarono la mitica divisa con panni di lana rossi, solitamente utilizzati dai macellai come camici per celare alla vista le macchie di sangue animale. E’ quindi in Uruguay che nasce il mito dell’Eroe dei due mondi ed è in questo avamposto sudamericano che si forgerà lo spirito rivoluzionario che poi segnerà il risorgimento italiano nei suoi uomini d’azione. Come scriverà lo stesso Garibaldi nelle sue Memorie: “L’insofferenza delle popolazioni italiane al dominio straniero, che fosse al colmo, già era manifesto in tutte le corrispondenze che giungevano nel Plata. L’idea del ritorno in patria e la speranza di poter offrire il nostro braccio alla sua redenzione da molto tempo facevan palpitare l’anime nostre”. Da Montevideo a Salto, dove 300 uomini della Legione Italiana ebbero la meglio in una battaglia epica contro 3000 confederati, oggi nel paese sudamericano sorgono diversi monumenti dedicati al patriota italiano e finanche una città porta il suo nome.

Ma è durante il periodo fascista che si saldarono accordi economici tra Roma e Montevideo e la comunità italiana raggiunse un’importanza primaria in Uruguay. Nella capitale sudamericana il fascio uruguagio contava nel 1931 circa 1200 aderenti di cui 150 partirono poi volontari per la guerra d’Etiopia nel 1936. Negli anni trenta il presidente italo-uruguaiano Gabriel Terra ottenne che la diga idroelettrica del lago artificiale “Rincón del Bonete”, sul Rio Negro, venisse finanziata e in parte costruita dal governo italiano. Sia Terra, che il suo successore Baldomir Ferrari, mostrarono forti simpatie nei confronti del fascismo italiano e attuarono politiche corporative di chiara ispirazione mussoliniana. Ferrari introdusse l’italiano come lingua obbligatoria nelle scuole e soprattutto nella seconda metà degli anni trenta numerose ditte italiane avviarono un processo di industrializzazione della nazione sudamericana. Non stupisce quindi che il diplomatico Serafino Mazzolini arrivò a definire l’Uruguay “lo Stato più italiano delle Americhe”.

Nel dopoguerra le relazioni commerciali tra Roma e Montevideo si sono via via raffreddate senza però cessare completamente. Tuttora sono attive decine di associazioni italiane e di pubblicazioni in lingua italiana, ancora studiata come seconda lingua in molte scuole secondarie, tra cui spicca il quotidiano Gente d’Italia.

Oggi si giocherà Italia-Uruguay ma in ogni caso a spuntarla sarà chi nelle vene porta il sangue e la storia dei nostri Lari.

Eugenio Palazzini

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