Immigrazione: il super business del terrorismo

immigrazioneRoma, 26 mar – Da sempre la tratta degli esseri umani è il più spregevole quanto remunerativo business sul “mercato”. Non soltanto: è una leva politica di enorme impatto, se messa nelle mani di personaggi senza scrupoli. Negli ultimi trent’anni l’Italia ha sperimentato entrambi gli aspetti di questo dramma. Fin dai primi sbarchi di massa del ’92 – ’93, con i pescherecci albanesi strapieni di disperati che rovesciavano migliaia di slavi sulle coste pugliesi, il nostro paese ha dovuto fare i conti con un’emergenza dietro l’altra. Così, nel corso dei decenni, vari attori si sono imposti sulla “scena”, dalle organizzazioni criminali ai traballanti governi africani, tutti interessati ad usare i clandestini come “incentivo” ad ottenere accordi o ad aumentare le loro entrate.

Tra gli anni ’90 e il primo decennio degli anni 2000 si cercò di gestire il problema operando sia sul piano interno (con il riconoscimento del reato di clandestinità) sia sul piano internazionale, cercando di rafforzare i rapporti coi governi di quei paesi (Albania, Libia e Tunisia in primis) dai quali i flussi migratori clandestini erano più corposi. Certo, si trattava di un approccio “di compromesso”, che di fatto riconosceva l’utilizzo della leva dell’immigrazione come quasi – legittimo. Non una soluzione ottimale, ma certamente l’unico sistema alternativo all’impiego diretto delle forze armate, e in ogni caso un buon metodo per sottrarre a gruppi criminali e bande armate un canale di approvvigionamento ricchissimo.

Con le “primavere arabe” più o meno direttamente scatenate dalla Nato e il crollo dei regimi di Gheddafi e di Ben Alì, abbiamo perso gli unici interlocutori politici decenti con i quali, dopo decenni di trattative, l’Italia era riuscita ad ottenere lo status quo. Al loro posto al momento vivacchiano governi talmente fragili da non essere in grado di garantire nemmeno la loro stessa sopravvivenza, figuriamoci di monitorare il traffico di clandestini che affolla il mediterraneo. E con la perdita di controllo politico sulla questione, abbiamo di fatto liberalizzato il mercato degli esseri umani, ad oggi conteso dai peggiori tagliagole del mediterraneo. Tra i quali spiccano ovviamente i fondamentalisti islamici. A metà febbraio scorso una motovedetta italiana è stata presa quasi d’assalto da un gruppo di scafisti armati: un’aggressione che poco ha a che fare con la classica figura del trafficante, intenzionato generalmente a scaricare la “merce” e fuggire il prima possibile. Da quell’evento la Procura di Palermo ha iniziato a indagare su chi siano i nuovi “baroni” della tratta di esseri umani.

E dalle indagini appare già evidente come fra i gruppi armati che hanno il monopolio di questo traffico, le milizie fondamentaliste siano le più organizzate. Si parla già di nomi e cognomi, come nel caso di Ghermay Hermias, un etiope residente in Libia, ritenuto il capo ed organizzatore delle tratte; Jhon Mharay, un sudanese localizzato nella capitale di quel Paese, Karthoum; e Abkadt Shamssedhin, latitante di cui non si conosce la posizione. In una intercettazione, Hermias conferma che la tratta è molto remunerativa. «con l’ultimo barcone ho raccolto un milione di dollari».

Una vera e propria miniera d’oro, nella quale l’Isis potrebbe tuffarsi a piene mani, se non lo avesse già fatto. E a differenza della “semplice” criminalità organizzata, che sfrutta qualunque mezzo per ottenere profitto, i terroristi di quei soldi hanno bisogno per farci la guerra. Il nostro paese corre il rischio sempre più reale di trovarsi non soltanto investito da nuove ondate di sbarchi, ma di finire per diventare il bancomat del terrorismo internazionale, e la sua porta d’accesso preferenziale verso l’Europa. Pensare di poter rimettere mano alla politica, con i fondamentalisti, è follia: lo stato islamico in Libia ha già minacciato di rovesciare cinquecentomila clandestini sulle nostre coste, e di infiltrare tra loro qualche aspirante al martirio.

Francesco Benedetti


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