Caso Marò: l’India non è poi cosi forte in fondo

maro_1New Delhi, 27 feb. – Sembrava un fronte compatto, deciso ed agguerrito quello dell’India in merito alla vicenda dei nostri due marò detenuti in India, ma non è cosi.

In un editoriale, il giornale The Pioneer di Delhi, ha criticato fortemente la gestione del caso affermando che tutte le indecisioni del governo indiano (che in due anni non è stato in grado di fornire un solo capo d’accusa, sic.) “hanno compromesso la posizione dell’India a livello internazionale, danneggiato le relazioni con un Paese amico e bloccato il corso della giustizia nazionale”.

Secondo quanto riferito dal quotidiano mentre il governo indiano era concentrato sulla “strumentazione politica del caso”, Roma avrebbe invece “sfruttato in modo consistente tutti i canali legali e diplomatici disponibili per ottenere il miglior trattamento possibile per i loro fucilieri di Marina”. Un primo successo, sempre secondo il Pioneer, sarebbe derivato dalla mossa di minacciare il mancato rientro dalla famosa licenza in Italia, che avrebbe evitato la pena di morte, mentre il secondo traguardo riguarderebbe l’impossibilità di applicare la Sua Act in quanto “sarebbe equivalso ad accusare di terrorismo lo stesso Stato italiano”. Il tutto grazie alla collaborazione e pressioni di Ue e altri Paesi occidentali.


Il timore che emerge dalla conclusione dell’editoriale è che “l’argomento che i maro’ dovrebbero essere autorizzati a tornare in Italia visto che il governo deve ancora presentare i capi di accusa nei loro confronti due anni dopo il presunto reato da loro commesso sta, sfortunatamente, acquistando forza”.

Ora, trascurando ogni considerazione in merito alle vitali, almeno secondo il quotidiano indiano, pressioni da parte dell’Ue, una considerazione emerge spontanea. Se, come si evince dall’articolo, il comportamento tenuto dall’Italia è stato non solo soddisfacente ma scaltro ed ineccepibile, per buona pace di tutti i promoter nostrani del culto dell’impotenza, appare chiaro che l’India non è poi questa grande super potenza che voleva far credere.

Forse all’ India non sarà giunta voce di tutte le manifestazioni spontanee sorte nelle piazze di ogni città d’Italia o della sdegno popolare di fronte ad una politica estera inerme dalla scarsa credibilità. Ma, se per loro questo è un valido sostegno a due soldati italiani detenuti senza accusa all’estero da due anni, cosa sarebbe successo se, come ministro degli Esteri, si fosse trovata ad esempio di fronte qualcuno con la verve di Simone di Stefano?

Tenendo conto che, nonostante tutte le ‘precauzioni’ prese, Finmeccanica non è comunque stata invitata quest’anno al famoso salone della difesa indiano, una sola cosa è certa: l’Italia dovrebbe finalmente tornare a credere in se stessa.

Cesare Dragandana

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