C’è lo zampino di Putin dietro il disgelo Usa-Iran?

Iran-anti-USARoma, 18 ott – D’accordo, sulla questione siriana l’amministrazione Usa ha fatto una figuraccia interplanetaria. Obama e Kerry sono stati raggirati dalla coppia Putin-Lavrov come due bambini, il plateale muscolarismo inizialmente esibito ha dovuto mestamente cedere il passo a un affannoso inseguimento dell’iniziativa diplomatica russa. Almeno sull’Iran, tuttavia, Obama si è riscoperto statista e uomo di pace. Il disgelo con Teheran è un fatto storico, che potrebbe mettere fine a una crisi che dura dal 1979 e normalizzare i rapporti con un importantissimo attore regionale. E questo, almeno, è tutto merito di Obama. O no?

Le rivelazioni degli ultimi giorni, in realtà, fanno sospettare che dietro al cambio di passo sulla questione iraniana ci sia ancora una volta lo zampino russo. Tutto nasce dalle rivelazioni del sito israeliano Debka, specializzato in notizie di intelligence. Ovviamente sappiamo bene che da Tel Aviv raramente giungono rumors “innocenti”. Il riavvicinamento di Usa e Iran non piace a Israele e forse le indiscrezioni potrebbero essere un modo per mettere in guardia qualcuno. Le informazioni che giungono, tuttavia, sono abbastanza dettagliate.


Sembra infatti che esista un patto segreto tra il Cremlino e la Casa Bianca, alla base del negoziato con l’Iran e quindi della proposta oggi al vaglio del meeting negoziale in formato 5+1 (Stati Uniti, Russia, Francia, Gran Bretagna, Cina e Germania) a Ginevra.

Debka punta molto sulla figura di Sergey Kiriyenko – il direttore dell’ente nucleare russo Rosatom – come uomo di fiducia di Putin e, concretamente, inviato sul terreno in Iran a negoziare. Come per la Siria, sarebbe stato il Cremlino a fare il primo passo. Fonti russe a conoscenza della trattativa con l’Iran, consultate dall’agenzia stampa TMNews, definiscono “realistico” questo scenario, ma non confermano: “Sono ore cruciali” e per ora nessuno si affretta a rivendicare la paternità dell’idea il cui contenuto è ancora tenuto segreto e non è detto funzioni, è il ragionamento.

Secondo Debka, il presidente russo ha inviato Kiriyevko regolarmente nei mesi di luglio e agosto a Teheran e Bushehr, dove si trova la prima centrale nucleare iraniana, costruita dai russi. Lì opera un team di scienziati nucleari russi che parlano la lingua farsi e che sono con ogni probabilità gli unici stranieri costantemente in contatto con gli iraniani che davvero contano nel programma nucleare del Paese degli Ayatollah. Tra l’altro, proprio l’ufficio della guida spirituale suprema Ali Khamenei sarebbe stato l’interlocutore del negoziatore russo e non, almeno in prima battuta, quello del presidente Hassan Rohani. I tecnici russi, dietro la guida di Kiriyenko, avrebbero stilato un primo piano di accordo da presentare all’Iran e agli Usa, sulla falsariga del patto sulla armi chimiche siriane.

Putin avrebbe anche stabilito una “verticale dell’azione negoziale”, incaricando Kiriyenko di trattare direttamente con gli esperti iraniani e rivolgersi al presidente Rohani (o al capo dell’agenzia atomica iraniana Ali Abkar Salehi) in caso di contestazioni. E di chiamare il Cremlino in caso anche i piani alti iraniani avessero fatto resistenza: Putin a quel punto avrebbe contattato Obama per eventuali modifiche all’intesa di base.

L’accordo tra i due presidenti sarebbe stato poi tradotto in linguaggio diplomatico dai capi dei ministeri degli Esteri, Sergey Lavrov e John Kerry. Alcuni stralci dei documenti concordati, e accettati dall’Iran, sarebbero oggi sul tavolo del 5+1 a Ginevra. Non a caso le agenzie russe danno molto rilievo alle notizie in arrivo dalla Svizzera, in particolare alle “prime reazioni positive” alla proposta ufficialmente presentata dall’Iran. E per ora tenuta segreta.

Giorgio Nigra

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