centrafricaBangui, 22 gen – La situazione in Africa non pare essere poi tanto diversa da vent’anni fa, anzi. Conflitti tribali continuano ad intrecciarsi a conflitti religiosi, lotte per il potere, governanti corrotti fino all’osso, ed una apparente, assoluta incapacità di autogestirsi sembrano essere i connotati dell’Africa del XXI secolo. Esattamente come per il secolo precedente.

L’ultimo caso è rappresentato dalla Repubblica Centrafricana, uno dei Paesi più arretrati e poveri del pianeta, dove solo a marzo 2013 si era insediato il governo golpista dei ribelli Seleka, guidati dal “generale” Djotidia. Il movimento, seppure a base prevalentemente musulmana e forte nelle aree nord-orientali del Paese, non era partito con rivendicazioni religiose quanto piuttosto socio-economiche, scalzando ben presto il Presidente (crisitiano) Bozizé.

Interessante notare come le milizie ribelli fossero meglio armate ed addestrate del praticamente inesistente esercito nazionale, che si è squagliato come neve al sole. Vien fatto di domandarsi a chi giovasse un cambio di rotta alla guida del Centrafrica, data la sua ricchezza in termini minerari e di legnami pregiati. Così come è interessante notare che spesso i miliziani Seleka provenivano da Stati limitrofi al Centrafrica come Sudan, Camerun e Ciad, tutte zone calde per quanto riguarda il fondamentalismo islamico-saheliano. Un po’ il modello Siria insomma.

La rivolta dei Seleka aveva fatto nascere la legittima preoccupazione negli analisti che un conflitto regionale in una zona dalle frontiere così mobili potesse provocare sommovimenti ulteriori, con un effetto domino. Cosa che si è puntualmente verificata in Congo, con la ribellione del gruppo M-23.

A meno di un anno dal golpe il Presidente Djotidia sembra oggi vicino alle dimissioni. I suoi miliziani infatti, più o meno smobilitati, si sono resi protagonisti di violenze e ruberie di ogni sorta, facendo nascere una tensione mai prima d’ora esistita fra le diverse confessioni. Sì, perché le vittime sono perlopiù cristiane, che da mesi ormai si armano e si radunano in contromilizie di difesa (anche queste stranamente ben armate ed organizzate) che stanno dando filo da torcere al governo di Bangui. Del tutto incapace a gestire la crisi si è dimostrata l’Unione africana, che pure ha dei robusti contingenti nel Paese.

In queste ultime settimane la situazione si è fatta critica, con ormai centinaia di morti dall’inizio delle ostilità. Intanto la Francia, che aspira a mantenere un ruolo egemone nell’area, ha inviato sin da dicembre 1600 uomini con compiti di contenimento e disarmo delle varie fazioni, con l’avallo dell’ONU naturalmente. La Francia è da sempre presente in Centrafrica, avendo mantenuto un contingente di 450 uomini anche nei giorni caldi della rivolta Seleka nel marzo 2013. Anche il Sudafrica, che aspira ad un ruolo trainante nel continente africano, ha inviato un proprio contingente e consiglieri militari.

Il quadro è perlomeno confuso, e tipicamente africano del resto: milizie e contromilizie, l’ONU che delega l’intervento allo Stato europeo che ultimamente sta dimostrando il maggior dinamismo nell’area subsahariana, un Sudafrica pagliaccesco che vuole diventare lo Stato egemone del continente, le cui forze armate sono un pallido ricordo della SADF, che per trent’anni mantenne ferma la Kaplyn, la linea di sicurezza, contro tutti e tutto, e una Cina sullo sfondo che ormai ha ben più di un piede in Africa.
La domanda che sorge spontanea è Cui prodest?

Valentino Tocci

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