Cosa accade in Venezuela / 2: chi è sceso in piazza?

venezuelaCaracas, 24 feb – Le proteste degli ultimi giorni in buona parte del Venezuela sono state messe in ombra in Europa, dall’eco che hanno avuto le vicende ucraine ma la situazione è degna di attenzione, sia per le vittime che si sono purtroppo già registrate tra le diverse fazioni sia perché si tratta di uno dei pochi Paesi sudamericani che insiste nel non piegarsi ai voleri statunitensi, che come ci insegna la storia recente, non hanno mai davvero dimenticato la dottrina Monroe.

Il Primato Nazionale ha già analizzato il quadro politico-diplomatico che è emerso dalla protesta. Ma chi sono i manifestanti, e per cosa sono iniziate le proteste? Tutto ha inizio il 2 febbraio con una banalissima contestazione ad una squadra di baseball cubana sull’Isola Margarita. Da questo episodio gli studenti universitari dello stato di Tachira hanno tratto spunto per richiedere maggior sicurezza.

E’ noto che il Venezuela è, non da ieri, uno dei Paesi più pericolosi al mondo. E ciò in realtà non stupisce più di tanto, se si mettono insieme le scarse risorse a disposizione dello Stato, carenza che certo va a colpire anche l’ordine pubblico, e le migliaia di ex-guerriglieri di un po’ tutti i colori politici, venezuelani e non, armati e più o meno riciclatisi nella malavita. Il tutto nonostante le decisioni del governo di redistribuire i proventi ottenuti dalla nazionalizzazione delle compagnie petrolifere alle fasce socio-economiche più deboli.


Dopo diversi giorni di tensioni ed i primi tre morti (uno dei quali membro di un collettivo chavista) le opposizioni hanno deciso di tentare di cavalcare la protesta, sfruttando il malcontento popolare causato dal tasso di criminalità, dall’inflazione che resta alta, dalla scarsità di generi di prima necessità. Ed è rapidamente emersa una spaccatura in seno alla piazza: da un lato Henrique Capriles, ex concorrente di Maduro alle presidenziali dell’ultimo anno, che si è però rapidamente smarcato sostenendo che le manifestazioni non sono il modo giusto per far cadere il governo, e dall’altro Leopoldo Lòpez, ex sindaco di Cachao, e membro dell’alleanza antichavista Mesa de Unidad Démocratica, che già nel breve intermezzo golpista del 2002 sostenne l’effimero presidente Carmona, uomo della grande imprenditoria filoamericana.

Il 13 febbraio Lòpez è stato denunciato con l’accusa di istigazione alla violenza, punibile con la reclusione fino a 10 anni. Il leader antibolivariano è stato arrestato consegnandosi spontaneamente dopo alcuni giorni di latitanza, mentre a Caracas aveva luogo un’imponente corteo a sostegno del governo.

Venerdì scorso il ministro Rodriguez ha annunciato l’invio di 3000 uomini dell’esercito nello stato di Tachira, epicentro della protesta, per far fronte a possibili infiltrazioni dalla vicina e instabile Colombia. Intanto gli studenti, che sono stati i primi a scendere in piazza, pare abbiano chiesto la mediazione della Chiesa, nella figura del cardinale Urosa.

Dunque lo scenario ci sembra in qualche misura familiare: una protesta che nasce da un episodio decisamente banale e che porta alla luce scontenti e malumori latenti circa tematiche piuttosto ordinarie, delle opposizioni che subito si gettano a versare benzina sul fuoco, ottenendo circa una decina di morti. Oscure figure di secondo piano già use a mestare nel torbido come Lòpez che prendono il controllo della piazza. Gli Stati Uniti che naturalmente non perdono occasione di inserirsi negli affari interni di un’altra Nazione. Stati vicini instabili e potenziali ricettacoli di guerriglieri e oppositori. Ma qui abbiamo anche delle peculiarità: morti non solo tra gli oppositori, ma anche tra i filogovernativi che subito organizzano contromanifestazioni notevolissime, il principale e legittimo leader dell’opposizione che invita alla calma.

Che stavolta gli Stati Uniti abbiano trovato pane per i loro denti?

Valentino Tocci

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