shale oil trivella drillerRoma, 24 dic – Quando si tratta di petrolio e geopolitica, la distinzione amico/nemico è sempre estremamente labile. Solidi rapporti possono incrinarsi sulla scia delle quotazioni, guerre asimmetriche essere nascoste dietro il paravento dei corsi di mercato.

Non più di un mese fa, su queste colonne, avevamo sostenuto l’ipotesi che dietro al calo del prezzo del petrolio ci fosse, fra le altre cose, una manovra a tenaglia condotta da Stati Uniti ed Arabia Saudita -alleato storico nell’area mediorientale- contro la Russia. Una strategia che, al netto delle manovre speculative contro il rublo, sta già manifestando alcuni effetti sulla contabilità nazionale di Mosca.

Nel momento in cui scrivevamo, il petrolio Brent quotava attorno agli 80 dollari. Ad oggi ha perso altri venti punti, attestandosi a 60 dollari al barile. Un po’ meno per quanto riguarda il Wti, ieri fermatosi a qualche centesimo sopra i 56. A fronte del continuo calo l’Opec non ha mostrato alcun tentennamento, decidendo di lasciare la produzione invariata.

Una risposta, per tentare di diradare la nebbia sulle vicissitudini dell’oro nero, potrebbe risiedere nella questione del petrolio di scisto. E’ ormai noto che, grazie allo sfruttamento di questi giacimenti non convenzionali, gli Stati Uniti abbiano raggiunto una considerevole quota di autosufficienza energetica. Un’autosufficienza labile, difficilmente sostenibile nel medio-lungo termine, ma che non si può dire non preoccupi i produttori “storici”.

La principale problematica nella coltivazione dei giacimenti di scisto sta nella loro convenienza economica. Secondo uno studio condotto da Bloomberg, il costo medio di estrazione per barile si colloca ad 80 dollari. E’ una media, con tutti i crismi. Tanto che, con il petrolio al di sopra di quella cifra, solo il 20% dei giacimenti risulta in perdita. Diverso il discorso se, invece, abbassiamo l’asticella a 60 dollari al barile. In questo caso le percentuali si invertono e il punto di pareggio non viene raggiunto da oltre l’80% dei campi petroliferi attualmente in funzionamento o in via di esplorazione.

L’opinione che dietro l’apparente inerzia dell’Opec ci sia un test per valutare la capacità americana di mantenere gli attuali livelli di produzione non è peregrina. Recentemente, tale ipotesi è stata sostenuta anche dal Wall Street Journal. L’Arabia Saudita, insieme agli altri paesi del golfo, può d’altronde contare su centinaia di miliardi di dollari di riserve utili per tamponare cali temporanei nel prezzo del greggio. Senza considerare poi che il loro punto di pareggio (considerando costi di gestione e una parte delle spese fiscali) è proprio attorno agli attuali 60 dollari che sul mercato sembrano mantenersi stabili.

Filippo Burla

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