euzoni_3Atene, 4 nov – Nuovo giro di vite per la Grecia: a quanto pare la prossima legge di stabilità prevista per il 2014 non basta a soddisfare i creditori europei. Martedì scorso il premier greco Samaras è volato a Bruxelles per concordare le modalità di pagamento con i partner europei, ma le sue richieste sono destinate a restare inascoltate. Joerg Asmussen, membro tedesco della Bce, ha indicato una strada diversa: Atene dovrà provvedere a nuovi tagli o aumenti di tasse per il prossimo anno, facendo fronte al debito complessivo del Paese, che nel febbraio del 2012 ammontava a 365,6 miliardi di euro, di cui 47,9 dovuti alla Francia e 18, 6 alla Germania. Non stupisce quindi che a tutt’oggi i signori di Berlino che siedono alla Bce storcano il naso al lamento della Grecia. Bruxelles pretende nuovi tagli per racimolare dai 4 ai 6 miliardi di euro, cifra che andrebbe a coprire in parte il deficit pronosticato per il 2014-2015 di 11 miliardi. L’esecutivo greco, invece di far presente come non si possano richiedere altri sforzi al provato popolo greco, tenta le ennesime dismissioni, arrivando a liquidare le sedi dei vari dicasteri e la sede centrale della polizia ad Atene.

A fronte di tutto questo, la situazione del Paese mediterraneo è sempre più disperata, nonostante Olli Rhen, commissario europeo per gli affari economici, dimostri un certo ottimismo, parlando di “ritorno degli investimenti” e “incoraggianti segnali di stabilizzazione”, semplicemente perché la contrazione del Pil ellenico nel 2013 sarà inferiore alle stime iniziali, -4% contro il -4,2% pronosticato. Ma intanto la situazione effettiva della Grecia resta drammatica, con una disoccupazione al 28%, che entro i prossimi tre anni arriverà al 34% secondo le previsioni (per capire l’entità del problema, basta tener presente che la disoccupazione durante il periodo della Repubblica di Weimar in Germania, questa non superò mai il 30%).

In questa situazione, l’Europa ha ulteriormente chiesto alla Grecia di chiudere due importanti aziende di produzione bellica, la Eas e la Elbo, sostenendo che esse costituiscono una voce di bilancio negativa per il Paese. Se è vero, come è anche vero che nel 2012 ben il 3% del PIL greco è stato speso in armamenti (quando la percentuale italiana è l’1%, quella americana il 4%) non sono state certo le imprese locali a beneficiarne in questi anni: sono infatti anni che la Grecia si rifornisce più o meno liberamente, da Germania (carri armati) e Francia (naviglio ed elicotteri), per non parlare delle armi leggere. Il fatto che l’asse franco-tedesco, pardon, l’Europa, chieda alla Grecia di smantellare le sue fabbriche di armamenti e non di ridurre il budget per la spesa militare, desta più di una perplessità sulla buona fede con cui la coppia Merkel-Hollande intende trattare la situazione ellenica, forse più inclini ad approfittare dei “saldi” che di essere d’aiuto.

Valentino Tocci

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