llllRoma, 5 ago – Il ghibli soffiava caldo e festante sulla “Quarta sponda d’Italia”, terra ricca di fascino e storia. Il mal d’Africa era un richiamo irresistibile. Dall’unione di Cirenaica e Tripolitania nel 1934 nacque il Governatorato Generale della Libia e i cittadini africani acquisirono lo status di “cittadini italiani libici”. Il governo di Roma costruì moschee e chiese, scuole e ospedali destinati sia agli abitanti autoctoni sia ai coloni provenienti in particolare da Veneto, Sicilia, Basilicata e Calabria. Quello che ai detrattori della colonizzazione sembrava un cumulo di inutile sabbia venne ben presto trasformato in una terra accogliente, vennero costruite strade, ponti, ferrovie e porti all’avanguardia. I terreni che apparivano impossibili da coltivare divennero fertili grazie alla tecnica dei contadini italiani, soprattutto nell’area semidesertica di Cirene. Rovine e monumenti romani vennero restaurati, intere città come le meravigliose Leptis Magna e Sabratha riportate letteralmente alla luce.

A Tripoli il governo italiano creò un Gran Premio Automobilistico che raggiunse rapidamente prestigio mondiale, così come la Fiera Internazionale, una manifestazione commerciale inaugurata nel 1927 in concomitanza con il primo volo sul deserto (Circuito delle oasi) e, tuttora attiva, considerata la più antica d’Africa. Italo Balbo, governatore della colonia libica, fondò dal nulla 26 villaggi battezzati con nomi significativi come Garibaldi, Oberdan, D’Annunzio, Mameli. Ma sorsero anche villaggi berberi e libici, dai significativi nomi arabi: Ahima (Deliziosa), Aziziyya (Meravigliosa), Nahiba (Risorta), Mansura (Vittoriosa). Ogni villaggio aveva una moschea, una chiesa, una scuola, un centro sociale e un piccolo ospedale. Nessun colonizzatore aveva mai osato tanto, ma Balbo aveva le idee chiare: “il regime fascista non tratta le popolazioni libiche autoctone come una razza inferiore da sfruttare ma, riconosciuta loro la cittadinanza italiana, gli riserva lo stesso trattamento dei nazionali. Ai libici, come agli italiani, saranno distribuiti poderi da coltivare.”

Il ghibli soffia ancora, secco e aspro. Il mal d’Africa non è più un richiamo, è un grido di dolore. La Libia brucia e continua la fuga degli ultimi italiani, ormai meno di trecento. L’ambasciatore italiano Giuseppe Buccino è l’unico diplomatico europeo rimasto a Tripoli, e la vicina Tunisia blinda le frontiere. E’ una nazione nel caos la Libia, forse non è più una nazione. A Bengasi, seconda città del paese, dopo due mesi di combattimenti è stato proclamato “l’emirato islamico”. La Quarta sponda d’Italia sta diventando una via di fuga per disperati africani che salgono a centinaia ogni giorno su barconi della morte, diretti verso un sogno già infranto.

La caduta di Gheddafi ha portato la guerra civile, i depositi di petrolio prendono fuoco, acqua ed elettricità iniziano a scarseggiare e la benzina è un miraggio anche nella capitale. Il ministro Mogherini ha mestamente dichiarato che l’aeroporto internazionale è “ormai distrutto”. Renzi dall’Egitto ha annunciato che “l’Italia porrà la questione libica alla Nato al prossimo vertice del 4-5 settembre”. Ammesso che sia una soluzione efficace, potrebbe essere troppo tardi. Troppo tardi per porre un freno alle incessanti migrazioni e per salvare le attività dell’Eni, ultima compagnia occidentale ancora presente in loco e nostro ultimo baluardo di sovranità, nella parte occidentale della Libia. Ai tempi di Gheddafi produceva 1 milione e 600 mila barili di greggio al giorno, oggi non più di 250 mila. Ma il ghibli continua a soffiare, rovente più che mai.

Eugenio Palazzini

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