faccccRoma, 12 ago – Il sole spaccava le pietre dell’altopiano, terre aride e depresse accoglievano poche oasi alimentate da acque sorgive. Sale e datteri, nulla più sotto il cielo indaco e spoglio. Il tiepido vento che muoveva gentile le onde del Mar Rosso appariva remoto, 500 km desertici dividevano il Monte Tossà dal luccicare della barriera corallina. Ma bastarono tre anni, e sul nulla sorse la Strada Imperiale della Dancalia. Un’opera incredibile, impensabile, folle. Così si diceva, così non fu. L’ing. Domenico Mengoni non ebbe esitazioni e al servizio dell’Azienda Autonoma Strade Statali (AASS) rese camionabili ciottoli e sabbia che dividevano Dessié dal porto di Assab. Le bande armate equipaggiate dagli inglesi crearono qualche fastidio ma l’Etiopia sotto il dominio coloniale italiano ebbe in pochissimi anni una rete stradale massicciata per 10.794 km che nulla aveva da invidiare alle moderne autostrade. Altri 9 mila km di strade secondarie e una rete ferroviaria capillare resero percorribile uno dei territori africani più impervi.

L’economia etiope cambiò così radicalmente. Nacquero decine di Compagnie, ciascuna di esse si occupava di un campo specifico e lo sviluppò in tempi rapidissimi. Dalla Compagnia italiana studi e allevamenti zootecnici alle Cementerie d’Etiopia, dal Tannini d’Etiopia per l’industria dei laterizi alla Compagnia etiopica mineraria. Ben presto vennero create imprese elettriche, un ufficio consorziale per forniture e impianti telegrafonici; la Compagnia per la flora etiopica; la Compagnia etiopica degli esplosivi, la Compagnia del latte e finanche un’industria della birra. Uno sviluppo costante che venne interrotto bruscamente nel 1941 con la perdita definitiva dei territori etiopi da parte dell’Italia.

Oggi sotto il sole non lontano dall’Equatore la Strada Imperiale della Dancalia è in pessimo stato, la guerra civile tra Eritrea ed Etiopia ha cancellato nel 1978 il passaggio che collegava l’altopiano al Mar Rosso. La comunità italiana è composta da poche centinaia di persone, ma ancora l’idioma amarico (la lingua ufficiale etiope) si serve della lingua di Dante per indicare parole sconosciute prima della colonizzazione: collaudo, corrente, gommista sono alcuni dei termini ancora in uso. Strade e ferrovie sono però made in China. Anche le reti fognarie, i nuovi edifici governativi, le fabbriche portano il segno del dragone. Il ministro dell’industria Ato Sisay Gemechu, intervenuto ad un forum economico organizzato da Promos e Assolombarda, è stato chiaro: “Nonostante le storiche relazioni l’Italia in Etiopia è purtroppo assente”.

Al contrario appunto della Cina che oltre a finanziare la costruzione di infrastrutture delocalizza a più non posso le proprie aziende. I vantaggi per Pechino, dove il costo del lavoro è aumentato negli ultimi anni del 20%, sono evidenti: salari sensibilmente più bassi e illimitate possibilità di produzione. Ma anche Turchia, Inghilterra e Olanda hanno fiutato la preda, e investono senza remore nell’ex colonia italiana, che al momento gode rispetto alla gran parte degli stati africani di una relativa stabilità politica e di una minore corruzione.
Eppure il governo di Addis Abeba non sembra intenzionato semplicemente a farsi sfruttare e ha adottato recentemente per la propria economia il modello giapponese Kaizen, fondando l’Ethiopian Kaizen Institute e puntando ad applicarne i principi di sviluppo e di miglioramento a sistema industriale e risorse umane. Ma nonostante l’assenza tricolore il ministro etiope ha voluto precisare che “l’Italia è la nostra priorità, ci fidiamo e ci conosciamo da tanto tempo”. Dall’Alpi all’Equator, che la soluzione allo sbarco dei profughi non sia Mare Nostrum appare sempre più cristallino.

Eugenio Palazzini

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