arco somaliaRoma, 18 ago – Chiedi al fango e alla polvere cos’era la Somalia. Chiedi all’hagga e al gu, chiedi al day e al jiilal, pioggia e mosche nel ventre della savana. Piedi dervisci arrancavano spossati verso le pitture rupestri di Lass Gaal, puntuale l’umido monsone afferrava le caviglie e rispediva il fiato verso le ancestrali rovine di Taleex. Poi venne la strada. Le umili e instabili capanne divennero urbes, Mogadiscio fu presto caput viarum segno di una nuova Roma. Venne la strada e si portò via fango e polvere.

Nella Somalia di inizio novecento su tutto regnava la fame, alla fine degli anni trenta era forse lo stato africano più sviluppato. Soprattutto nelle aree urbane il tenore di vita sia dei coloni che dei somali faceva invidia a molti stati europei. Nella capitale Mogadiscio vennero costruiti decine di edifici di notevole prestigio che seguivano lo stile razionalista tipico dell’architettura fascista. Circa 22 mila italiani giunsero in Somalia e fondarono in pochissimi anni un numero incredibile di aziende attive in particolare nel settore agricolo, avviando un processo di esportazione di frutta tropicale (in primis di banane) che non si arrestò neppure nel primo dopoguerra.

A partire dal 1936 il territorio somalo divenne un impressionante cantiere a cielo aperto, in quattro anni furono costruite dall’amministrazione coloniale italiana decine di scuole, ospedali, porti, piazze. Nel pieno rispetto delle tradizioni tribali e della religione islamica locale, ogni nuovo villaggio vide sorgere una moschea vicina alla chiesa cattolica. Su tutti notevole sviluppo ebbero i villaggi Genale e Villabruzzi (altrimenti detto Duca degli Abruzzi), con quest’ultimo costellato di piantagioni di cotone, banane e canna da zucchero. La lira italiana introdotta dal governo fascista sostituì tallero e rupia indiana, contribuendo al rapido commercio con Roma e alla nascita di nuovi mulini e zuccherifici che godevano di finanziamenti appositi. Ponti, ferrovie e strade moderni sorsero in pochissimo tempo per collegare Mogadiscio alle zone più remote, ma fondamentale per l’economia coloniale fu la realizzazione della “Strada imperiale Mogadiscio-Addis Abeba”. Un’opera straordinaria che legandosi alla sua prosecuzione verso il porto di Massaua, la “Strada imperiale Addis Abeba-Asmara”, permetteva agli autocarri un coast to coast Oceano Indiano-Mar Rosso che aggirava il problema legato al commercio navale, dovuto all’inevitabile passaggio dei mercantili dal Golfo di Aden e da Gibuti, entrambi controllati e sottoposti a gabelle dalla Gran Bretagna.

Nella Somalia di oggi regna il terrore, quello degli attentati e della carestia. Gli Shabaab (che in arabo significa semplicemente “i giovani”) compiono continui attentanti nei centri urbani principali e spadroneggiano nel sud controllando il traffico illegale del carbone che secondo i dati Onu permette loro di fatturare circa 130 milioni di dollari l’anno. La povertà è un sogno, perché poco è sempre meglio di niente. E in Somalia i più non hanno niente. Si muore di fame ovunque, anche nella capitale. Il governo di Mogadiscio, in pratica uno dei tanti in una nazione martoriata da guerre intestine e divisioni territoriali, ha alzato le mani da tempo arrivando a rivolgersi con tono lapidario all’Italia: “colonizzateci ancora”. I pochi occidentali rimasti in loco sopravvivono nell’attesa di un cambio di rotta, che spesso significa semplicemente l’ennesimo rapimento da parte dell’ennesimo gruppo criminale. La rappresentanza diplomatica italiana è praticamente inerte e dichiara di non garantire “alcun tipo di assistenza ai connazionali.” Le strade ridotte a sentieri inagibili durante la stagione delle piogge sono percorse da piedi nudi e martoriati, corpi falcidiati dalla malattia che deambulano verso il confine con il Kenya sperando di superarlo. Il faro littorio di Capo Guardafui osserva triste e impotente il blu dell’oceano.

Chiedi al fango e alla polvere, cos’è oggi la Somalia.

Eugenio Palazzini

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