jjjTokyo, 5 dic – La visita in Asia del vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden non ha sortito gli effetti sperati dal governo di Washington, mai come adesso poco determinante e credibile agli occhi dei suoi interlocutori. Se la Cina è consapevole di potersi giocare un nuovo ruolo da superpotenza nel Pacifico, il Giappone teme per la propria sicurezza ed ha la sensazione di non essere più un alleato privilegiato per gli Usa. Il premier nipponico Shinzo Abe premeva per una dichiarazione congiunta degli alleati contro l’espansionismo cinese, ma il vicepresidente Biden ha ritenuto opportuno evitarla per non “intromettersi in questioni territoriali”. Dal punto di vista strettamente diplomatico si tratta di una svolta storica da parte di Washington, che non si pone più come strenuo difensore di Tokyo ma come semplice mediatore tra gli interessi di Cina e Giappone.

Di fronte a questo cambio di rotta statunitense, appare sempre più vicina la modifica dell’articolo 9 della Costituzione nipponica scritta dagli americani, che impedisce al Giappone di avere un esercito regolare. Una riforma già annunciata nei mesi scorsi dal governo nazionalista di Shinzo Abe e che permetterebbe a Tokyo di agire autonomamente anche in campo militare in un momento storico piuttosto delicato. Il Giappone teme infatti che la Cina possa prendere il controllo definitivo delle Isole Senkaku che attualmente fanno parte della Prefettura di Okinawa ma che sono rivendicate sia da Pechino che da Taipei.

Le Senkaku sono isolotti disabitati ma occupano una posizione strategica, sia da un punto di vista militare (già nel 1949 venivano utilizzate dalla U.S. Navy per esercitazioni militari) sia per la comunicazione marittima e la pesca. Ma soprattutto sono diventate un pretesto per la Cina, che intende imporre la propria egemonia sul Pacifico dove ancora gli Usa sono in vantaggio. Il tentativo da parte cinese di occupare le Senkaku è più di una provocazione, è un modo per destabilizzare un’area geografica che se prima riguardava soltanto acque contese adesso si estende anche ai cieli. Pechino sa bene che gli Usa non molleranno la presa facilmente ma l’evoluzione dei rapporti diplomatici ed economici tra i due paesi impone un cambiamento di strategia da parte di Washington, sempre meno nella posizione di fare la voce grossa e costretto ad una mediazione tra i contendenti.

La contesa delle Senkaku è però connessa ad un’altra spinosa ed annosa questione: le basi statunitensi di Okinawa. Da anni l’opinione pubblica giapponese chiede lo smantellamento degli avamposti Usa e nei mesi scorsi Shinzo Abe ha manifestato apertamente la volontà di procedere al più presto con la restituzione di gran parte dei terreni, in concessione a Washington, alla popolazione locale. Questo non significa un ritiro totale ed immediato dei militari americani di stanza nell’arcipelago, al momento circa 47 mila, ma l’avvio di un processo destinato alla riaffermazione della sovranità territoriale giapponese su queste aree. Come ha puntualizzato infatti lo stesso Abe alla stampa nipponica: “Il governo ha intenzione di avviare trattative con la controparte americana per ridurre il carico che grava su Okinawa”. Una necessità, quella di iniziare un progressivo smantellamento delle basi americane, avvertita fortemente anche dalla popolazione di Okinawa che dal 1972 ha denunciato quasi 6 mila crimini da parte dei soldati statunitensi, compresi stupri come quello commesso da un marine reo confesso condannato a 4 anni di reclusione nel 2012.

Si è insomma aperto un nuovo scenario nel Pacifico e il Giappone sembra deciso a ripensare la propria dipendenza militare dagli Stati Uniti.

Eugenio Palazzini

 

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