Grecia: il popolo si scalda bruciando gli ulivi secolari

Grecia-violenza-all-ombra-degli-uliviAtene, 2 gen – Il popolo greco ha fame e si procura cibo in ogni modo; il popolo greco ha freddo e si procura legna in ogni modo, perché non ha gasolio o metano e deve riscaldarsi con camini e bracieri e cucinare con le vecchie cucine a legna. Accade questo nella Grecia schiacciata dalla Troika e di fronte ai bisogni primari tutto passa in secondo piano. Succede quindi che nella regione del monte Psiloritis, nell’isola di Creta, gruppi di persone si rechino nella zona di Amari per estirpare ulivi millenari, tagliarli e ridurli a legna da ardere. E per gettare sale sulla ferita inferta da una simile notizia ricordiamo che da questi ulivi, vecchi di 2mila anni, furono raccolti e intrecciati i ramoscelli che cinsero la testa del vincitore della maratona dell’olimpiade di Atene del 2004, un decennio fa ormai, quando i simboli, forse, avevano ancora un senso. La prima reazione, istintiva, sarebbe quella di fermare questi scellerati taglia legna e punirli severamente; è ciò che pensano e dichiarano alla stampa ellenica anche gli abitanti di Amari, i quali denunciano di sentirsi impotenti di fronte allo sterminio dei loro alberi, poiché i giovani sono andati via in cerca di fortuna e in paese sono rimasti solo gli anziani.

Ma a ben vedere, di chi è realmente la colpa di questo scempio? Non è una domanda insolita nella storia greca: se la pose, infatti, anche Lisia, il noto giurista Ateniese del IV sec. a.C., nella sua orazione “Per l’olivo sacro”, con la quale difese un cittadino dall’accusa di empietà per avere sradicato un ulivo sacro dal proprio terreno. Lisia consigliò al suo assistito di riferire ai consiglieri: “Tra i molti danni che la guerra ha causato i terreni più vicini furono saccheggiati dai nostri; e allora sarebbe giusto che io pagassi per le sventure accadute alla città?”. E ancora “non ci sarebbe da meravigliarsi che abbiano tagliato gli olivi in quel periodo, quando non eravamo in grado neppure di proteggere i nostri beni”.


La tesi di Lisia appare dunque chiara, egli chiede ai giudici: se durante la guerra i nostri governanti non sono in grado di proteggere i nostri beni, per quale motivo le colpe dei saccheggi dovrebbero ricadere sui cittadini? Domanda lecita, allora come oggi. Una tesi che non deve portare alla giustifica dell’atto, ma a una presa di coscienza superiore; la Grecia è in guerra e non ha al momento un governo che possa salvarla, invece di saccheggiare il proprio patrimonio prima degli estorsori della Troika sarebbe opportuno essere risoluti e affidarsi a chi ha davvero a cuore l’interesse della nazione. I rami secchi vanno tagliati nel parlamento di Atene, non certo negli ulivi sacri di Creta.

Francesco Pezzuto

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