Hollande-Obama: questo matrimonio tra Parigi e Washington s’ha da fare?

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Parigi, 17 feb – Londra o Parigi? Qual è il miglior amico di Washington? “È come scegliere tra le mie due figlie. Sono entrambe splendide e meravigliose”. Così risponde ad una domanda di un giornalista Barak Hussein Obama. La notizia non è nuova, sono dichiarazioni rilasciate una settimana fa, l’undici di febbraio, durante l’incontro bilaterale tenutosi nella residenza di Thomas Jefferson in quel di Monticello in Virginia. Il presidente degli Stati Uniti ha ricordato come “Stati Uniti e Francia erano alleati ai tempi di Jefferson, siamo alleati oggi”. Fiori d’arancio, quindi, tra Washington e Parigi.

Stupisce, però, il poco spazio dedicato dalla stampa italiana a questo incontro. Si è discusso molto di più della scappatella di Hollande. Nessuno riflette su un punto. Cosa succede se anche Parigi si piega agli Usa?

La Francia aveva sempre conservato una certa autonomia nella politica estera. È sufficiente ricordare che la Francia è stata fuori dalla Nato per ben 43 anni. Il gran rifiuto del generale Charles de Gaulle è rimasto nero su bianco in una lettera indirizzata al Presidente degli Stati Uniti Johnson. “La Francia – scrive de Gaulle al collega americano – si propone di recuperare sul suo suolo l’intero esercizio della sua sovranità”. Poi è arrivata nel marzo del 2009 una strana inversione a “U”. Monsieur le President Nicolas Paul Stéphane Sarközy de Nagy-Bocsa, a tutti noto come Nicolas Sarközy, decide di invertire la rotta. Quindi, nel 2009 la Francia torna sotto l’ombrello della Nato. “Il riavvicinamento con la Nato rafforzerà la nostra indipendenza nazionale”, così disse Nicolas Sarkozy. Se lo dice un francese puro sangue come lui c’è da credergli. Con le primavere arabe la Francia la fa da padrona cominciando già a ritagliarsi un ruolo da protagonista come Gendarme della Democrazia Globale. Ma poi arrivano le elezioni e Sarkò prende una bella batosta dal braccio destro di Mitterand: François Hollande. Da lui ci si aspettava un forte cambiamento, ma ormai il solco era tracciato e si trovò a percorrere lo stesso sentiero del suo predecessore. Non ci volle molto tempo per capirlo. Appena insediatosi all’Eliseo, François Hollande ha esposto la sua visione delle relazioni internazionali e della politica estera del suo Paese in occasione della XX conferenza degli ambasciatori di Francia. Qui affermò che il suo punto di riferimento era Jules Ferry, una figura storica del socialismo francese che ha costruito un’espansione coloniale infiocchettata di buoni sentimenti: import/export di diritti e democrazia. Hollande segue gli insegnamenti di Ferry. E Washington lo riconosce. “Stati Uniti e Francia continueranno a combattere per la libertà. La nostra alleanza è più forte che mai” ha affermato Barack Obama a conclusione di questo storico incontro bilaterale. La Francia, quindi, accetta il matrimonio d’interessi con Washington accontentandosi di espandere la propria influenza con il benestare americano.  Ma come fa attentamente notare Thierry Meyssan: “Sono gli anglosassoni che hanno tratto maggior profitto dai combattimenti portati dalla Francia contro il popolo libico e, a colpo sicuro, sono ancora gli anglosassoni che si ritaglieranno la parte del leone del gas libanese, se la Francia continua ad alimentare la guerra segreta contro il popolo siriano e a farsi odiare dal Vicino Oriente”. Siamo proprio sicuri che marciare accanto agli americani sia l’unico modo per salvaguardare gli interessi europei? Ma soprattutto esiste una polica estera europea autonoma? Se la risposta del Vecchio Incontinente sarà quella di Hollande è meglio consegnare le chiavi di casa al miglior offerente e ritiraci in un ospizio.


Salvatore Recupero

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