Il caso Gurlitt e i “quadri di Hitler”: la Germania è ancora uno Stato di diritto?

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Titoli scandalistici della stampa tedesca sul caso Gurlitt

Berlino, 1 dic – In Germania sono ormai settimane che si discute quotidianamente del ritrovamento dell’imponente fondo di opere d’arte dell’ottantenne Cornelius Gurlitt, figlio del noto collezionista Hildebrand, il quale fu attivo soprattutto negli anni Trenta. In Italia, ovviamente, se ne è parlato poco e male, insistendo come sempre sull’aspetto scandalistico della vicenda, già gonfiata all’origine in maniera spropositata dalla stampa teutonica. Si tratta, più in particolare, di una collezione di circa 1280 opere di enorme valore. Molti di questi dipinti, all’epoca della Germania nazionalsocialista, furono inseriti nel catalogo della cosiddetta «arte degenerata». Tra gli altri, si annoverano quadri di Max Beckmann, Marc Chagall, Otto Dix, Ernst Ludwig Kirchner, Oskar Kokoschka, Max Liebermann, August Macke, Franz Marc, Henri Matisse e Pablo Picasso, ma anche tele più antiche del Canaletto, di Gustave Courbet, Pierre-Auguste Renoir, Albrecht Dürer e Henri de Toulouse-Lautrec. Tutto nasce dal fatto che alcuni di questi capolavori artistici potrebbero essere effettivamente classificati come Raubkunst, ossia come opere sottratte o comprate a prezzi stracciati dai legittimi proprietari di religione ebraica durante gli anni del Terzo Reich.

Ma andiamo con ordine. Tra il 28 febbraio e il 2 marzo del 2012 la Procura di Stato di Augusta ordina una perquisizione nell’appartamento di Gurlitt a Monaco, e lì la polizia doganale rinviene la sua collezione e la requisisce con un insolito e dubbio atto d’imperio. Gurlitt è un uomo solo e appartato, che ha vissuto tutta la vita custodendo il suo prezioso tesoro, sbarcando il lunario unicamente grazie alla vendita di alcuni pezzi minori della sua collezione. La notizia, tuttavia, è uscita solo il 3 novembre scorso grazie a un articolo della rivista Focus. Di qui il gran baccano dei media tedeschi, che hanno subito condannato moralmente Gurlitt, mettendolo alla berlina e parlando, senza prove effettive, di capolavori ottenuti in maniera fraudolenta dal padre ai tempi della dittatura nazionalsocialista. Inoltre, erano state diffuse valutazioni della raccolta totalmente assurde e sensazionalistiche, come l’onirica stima di un miliardo di euro (cifra ripresa acriticamente anche da un articolo di Panorama del 26 novembre). Secondo la competente perizia di alcuni esperti, si tratterebbe invece di un valore complessivo orbitante attorno ai 50 milioni.

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Nella collezione Gurlitt sono presenti anche opere inedite di Otto Dix e Marc Chagall

Com’è evidente, il caso Gurlitt implica una serie infinita di problematiche di carattere politico, etico e giuridico. Fatto sta che, passata la prima fase d’indignazione generale, abilmente pilotata dai mezzi di informazione, si è aperto un più equilibrato dibattito sui reali termini della questione. Innanzitutto, è ancora tutto da stabilire quante e quali opere rientrino effettivamente nella fattispecie di Raubkunst. Pare infatti che la maggior parte di questi quadri sia stata regolarmente acquistata a suo tempo da Hildebrand Gurlitt. In secondo luogo, non sembra affatto conforme al diritto imputare al figlio le – pur sempre presunte – colpe del padre. E infine, qualora si dovesse trattare di reato, la questione verterebbe anche sulla normale prescrizione del fatto (che in Germania scatta dopo 30 anni), visto che Cornelius avrebbe legittimamente ereditato il patrimonio dopo la morte del genitore (1956) o poco dopo. Tanto che il giurista Carl-Heinz Heuer, professore all’Università di Heidelberg, ha affermato che l’unica questione in ballo sarebbe al limite quella «morale», dal momento che, giuridicamente parlando, non sarebbe legittimo esigere una restituzione forzata delle opere agli antichi proprietari, siano essi musei o eredi di eventuali estorsioni.


Infatti, l’unica accusa che per ora la procura di Augusta potrebbe imputare a Gurlitt è quella di… evasione fiscale! Ad ogni modo, per ora, le opere sono ancora in possesso degli uffici doganali, in una località tuttora ignota. Gurlitt, nel frattempo, ha già dichiarato allo Spiegel che questi dipinti rappresentano tutta la sua vita e che non ha la minima intenzione di rinunciarvi. Peraltro, dovrebbe destare scandalo il fatto che lo Stato abbia offerto a Gurlitt l’annullamento dell’accusa di evasione in cambio della cessione «volontaria» della sua collezione. Tant’è che in un articolo su Die Zeit, settimanale d’alto livello culturale di orientamento liberale, si è recentemente invocata l’opportunità di lasciare spazio alla libera volontà del legittimo proprietario, qualora questi dovesse decidere di commerciare regolarmente i quadri in suo possesso, invece di esercitare indebite pressioni e di formulare neanche troppo velate minacce.

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Cornelius Gurlitt

E di fatti, a questo punto, sorge spontaneo un dubbio su questa torbida operazione mediatica posta in essere dalle Istituzioni della Repubblica federale tedesca. Perché far scoppiare il caso a quasi due anni dal fatto? Perché rendere pubblico un procedimento legale a carico di un privato cittadino che, in ossequio alla legge, dovrebbe godere del diritto alla privacy? Insomma, qui l’impressione è che si sia cercato di mettere in moto la «macchina del fango» ai danni di Gurlitt, in modo che gli apparati dello Stato potessero avere l’opinione pubblica dalla loro parte in un affare dai contorni giuridici assai traballanti. Ma la situazione, a dispetto delle speranze nutrite ad Augusta, potrebbe viceversa rivelarsi un boomerang. E, dunque, sembra proprio legittimo chiedersi se nella «antinazistissima» Germania viga ancora uno Stato di diritto. E se Gurlitt, invece di un mostro-carnefice da sbattere in prima pagina, non sia al contrario l’ennesima vittima bistrattata dalla «polizia del pensiero» di una nazione che, dopo quasi 70 anni, non è ancora riuscita a far pace col suo passato.

Valerio Benedetti

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