indexStrasburgo, 17 mar – Non passa per pochi voti la Relazione sulla parità di genere nell’Unione Europea nel 2012 della eurodeputata Ines Zuber, membro del partito comunista portoghese, che ha presentato una proposta che, denunciando le condizioni ancora discriminatorie di molti paesi UE nei confronti del gentil sesso, di fatto si è rivelata corifea della nuova religione politically correct del genderismo.

La Relazione non è passata soprattutto per alcune affermazioni di principio che non sono andate giù al consesso, a cominciare da quella secondo la quale la Troika è corresponsabile del supposto peggioramento delle condizioni socioeconomiche delle donne: infatti per la Zuber i programmi dell’Unione nei paesi in crisi (Grecia in primis) hanno “rubato il diritto all’emancipazione e all’autonomia” alle donne.

Veramente i piani di austerity hanno rubato il diritto all’autonomia e all’emancipazione un po’ a tutti, con una generazione costretta dalla necessità a non poter abbandonare il tetto famigliare. E, sia detto tra parentesi, gli anni dell’austerity, quelli che avrebbero sottratto tali diritti (solo) alle donne, sono stati e sono anni in cui mai come prima è emersa la questione legata al genere.

Centrale poi il tema dell’aborto, che per la Zuber è un diritto inalienabile del mondo femminile, e che a suo dire è stato messo a rischio dalla crisi. Semmai è il contrario, dal momento che è lapalissiano che in condizioni economiche precarie e disastrate come quelle odierne si è certo meno portati a procreare, non potendo garantire ai figli un futuro. Ma tant’è.

La Relazione mette in luce il dato della disparità retributiva (secondo cui le donne lavorano 59 giorni all’anno in più degli uomini per lo stesso stipendio) con esempi piuttosto infelici, confrontando i salari di una multinazionale per la quale lavorano donne tanto in Nazioni dell’’Europa Occidentale quanto Orientale: lo scandalo starebbe in un 20% in meno di retribuzione che le donne percepirebbero all’Est. Questo dato non è indice di una disparità tra generi, ma solamente degli effetti della delocalizzazione e della globalizzazione tanto favorita dalla UE. Ma magari ora che le differenze salariali toccano anche le donne e non solo più gli uomini Bruxelles prenderà provvedimenti.

Sul tema delle quote rosa e della presunta assenza delle donne in politica, riniviamo a quanto già scritto su queste pagine.

L’altro tema che ha scaldato gli animi al dibattito è lo stile di vita della donna, per la Zuber ancora troppo “casalingo” e mortificante. Ancora troppo legata alla cura della prole e, sempre più spesso degli anziani, la donna lavora di meno e per meno tempo. Meglio allora sarebbe delegare l’educazione interamente a istituti terzi. Favorendo di fatto l’abdicazione della famiglia a quello che è il suo compito primo.
L’eruodeputata farebbe meglio ad informarsi: ormai sono sempre di più le scuole primarie e secondarie in tutta Europa che offrono un servizio di doposcuola per venire incontro ai genitori impegnati “full time” con il lavoro, tenendo i bambini a scuola fin verso le 5-6. A meno di istituire anche il “servizio dormitorio” facendo diventare la scuola una specie di carcere non si vede cos’altro si possa fare.

La visione di fondo è insomma quella di un appiattimento fra uomo e donna, in un’ottica neoliberista che ha come unico feticcio la produttività.

La Relazione conclude con l’auspicio di una piena parità dei generi, di quote rosa non solo in politica ma anche nel settore privato, dei matrimoni omosessuali in tutti i paesi della UE e dell’educazione gender nelle scuole. Cara signora Zuber, per ora il verdetto è: bocciata.

Valentino Tocci

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