referendumAnkara, 19 apr. – C’è un dato che spicca, nel referendum turco che ha ampliato in maniera consistente i poteri di Erdogan: il voto dei turchi residenti all’estero. In patria, il “Sì” alla riforma presidenziale voluta dal Reis ha ottenuto il 51,3% dei voti. Nel collegio estero, invece, i voti favorevoli a Erdogan sono stati il 59,1%. Una bella differenza. È pur vero che in Turchia ha votato l’85% degli aventi diritto, all’estero solo il 48%. Ma parliamo sempre di milioni di persone. Solo in Germania, dove gli elettori turchi sono ben 1,4 milioni, i sì hanno vinto 63 a 37. In Belgio, dove gli aventi diritto sono 120 mila, il sì ha stravinto superando il 75%. Più convintamente filo-Erdogan, solo gli elettori residenti in Giordania (75,9% per il sì) e in Libano (93,9%).

La cosa si presta a due riflessioni. La prima è che i turchi che vivono nelle democrazie liberali europee hanno dato il loro assenso a una riforma che, a detta dei commentatori europei, avvierebbe il Paese verso una dittatura soft (probabilmente non è così, ma questo è quello che è stato raccontato in Occidente). Alla nostra società piace immaginare ogni immigrato come un sincero democratico che migra in nome della propria “ricerca della felicità”, lasciandosi alle spalle oppressione e diritti negati. A quanto pare non è così, almeno nel caso dei turchi. Se a milioni sono andati nella braccia della Merkel non è in cerca dello stato di diritto, ma per ragioni esclusivamente economiche, giacché politicamente sembrano più che allineati con l’autoritarismo del “Sultano”. Il che ci dice qualcosa sulle persone che ci stiamo mettendo in caso. Certo, ha votato solo il 48%, lo abbiamo detto. Ma è così che funziona la democrazia. Evidentemente gli altri non hanno sentito la questione della democrazia in patria come cruciale.

Secondo punto, direttamente collegato al primo: Erdogan ha condotto una campagna elettorale fortemente anti-europea, cianciando di crociate e di nazismo. Ovvio l’aspetto propagandistico: se i turchi si sentono accerchiati, saranno più ben disposti ad accettare la leadership forte di chi li protegge dalla turcofobia occidentale. Chi ha gratificato questa propaganda con un voto pro-Erdogan, però, ha dimostrato di condividere questi toni e questi argomenti. Di odiare, cioè, la nostra storia e le nostre società, non solo in quello che esse hanno di decadente, ma anche in ciò che in esse permane di una memoria più antica.

Erdogan ha puntato sullo scontro di civiltà e questo scontro è avallato da milioni di turchi che sono entro i nostri confini. Di più: Erdogan ha esplicitamente chiamato alla conquista demografica. Ricordate? Queste le sue parole: “Da qui faccio un appello ai miei fratelli in Europa. Vivete in quartieri migliori. Comprate le auto migliori. Vivete nelle case migliori. Non fate tre figli, ma cinque. Perché voi siete il futuro dell’Europa. Questa sarà la migliore risposta all’ingiustizia che vi è stata fatta”. Un vero e proprio appello alla sostituzione etnica. I cittadini turchi che vivono in Germani, in Belgio, in Francia, condividono questa tesi? Sono qui per prendersi l’Europa? È così che dobbiamo interpretare il loro voto? Se la risposta è affermativa, l’emigrazione turca ha un nome: quinta colonna. Testa di ponte. Ora, se non altro, lo sappiamo.

Adriano Scianca

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