Roma, 12 ott – Tira una brutta aria, per Marco Minniti, ministro degli Interni con una sorta di opa anche sugli Esteri, che si era messo in testa di risolvere la questione sbarchi puntando tutto sulla Libia. Il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, ha infatti scritto una lettera al ministro taliano chiedendo chiarimenti sulle operazioni che l’Italia ha messo in campo da luglio nelle acque territoriali libiche e chiedendo garanzie sul rispetto della Convenzione europea dei diritti umani nel momento del salvataggio dei migranti in mare. La missiva vale quel che vale, anche in considerazione del fatto che il Consiglio d’Europa, a differenza di quello che si può pensare, è estraneo all’Unione europea e non va confuso con organi di quest’ultima, quali il Consiglio dell’Unione europea o il Consiglio europeo. La pressione europea sull’azione italiana in Libia, però, si intensifica.

Il Commissario sottolinea che “uno Stato, anche quando incontra difficoltà nell’affrontare il flusso dei migranti, ha comunque il dovere di proteggere e salvaguardare i loro diritti umani”. Cosa che non può avvenire, spiega, se li si rispedisce dall’altro lato del Mediterraneo, anche “alla luce dei report delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni non governative riguardo alla situazione dei diritti umani dei migranti in Libia. Lasciandoli in mano delle autorità libiche o di altri gruppi del paese, si espone loro a un rischio reale di torture o di trattamenti umilianti oltre che a punizioni”. Muiznieks chiede quindi al governo italiano di “chiarire le modalità dell’operazione di supporto che pensa di attuare con le autorità libiche nelle acque territoriali del paese”.

Tutto questo mentre proprio in Libia la situazione sta per sfuggirci di mano. Sarebbero circa 26.000 gli immigrati bloccati in attesa di imbarcarsi: 7000 a Zhuara, 16.000 ad Al Sooerf, 3100 a Sabrata. Proprio in tale città costiera libica, è appena stata sconfitta, dopo settimane di scontri, la milizia con cui l’Italia e il governo di unità nazionale di Fayez Al Sarraj si erano alleate, mentre a trionfare una coalizione di forze fra cui spicca una milizia appoggiata dal generale Khalifa Haftar, quello che voleva bombardare le nostre navi. La parte soccombente era proprio quella che, seppur con atroce pugno di ferro, aveva causato lo stop delle partenze dalla zona. Secondo la ricostruzione de Il Post, tale milizia “dal 2015 si occupava della sicurezza dell’impianto di Eni per l’estrazione di petrolio nel vicino paese di Mellita, e in questi anni ha espresso sia il capo della divisione locale dello Stato Islamico (o Isis) sia quello della Guardia Costiera”.

Una situazione che ben descrive l’ambiguità e il caos del quadro libico. Del resto si tratta delle stesse frange che, riciclatesi come squadre anti immigrati, per anni avevano invece lucrato proprio sul traffico di clandestini. Viceversa, la milizia che ha sgominato tale clan è composta da brigate anti Isis di Haftar che combattono fianco a fianco con gruppi islamisti. Insomma, ovunque c’è tutto e il contrario di tutto. Resta il fatto che l’Italia ha ancora una volta puntato sul cavallo perdente. E ora la bomba migratoria è nelle mani dello spregiudicato Haftar, con cui abbiamo fatto la voce grossa inutilmente, mentre il pericolo fondamentalista non sembra esattamente uscito di scena definitivamente. Le cose, per Minniti, si complicano sempre più.

Adriano Scianca

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