nuove-isole-2-aRoma, 7 nov – Gaven Reef. Se cercate questo luogo sui vostri navigatori satellitari probabilmente non troverete nulla. Stesso discorso per Johnson South Reef.

Entrambe sono isole del mar Cinese meridionale, ma solo della seconda si trovano foto aeree scattate dalla marina filippina. Foto che mostrano l’intensa attività della Cina, in quelle zone, a partire da Gennaio 2014.

Difatti milioni di tonnellate di roccia e sabbia sono state scavate dal fondo del mare e riversate sulla scogliera, così da creare isole artificiale.

Queste isole sono comparse senza preavviso e danno una svolta, a favore della Cina, alla disputa che da anni ha luogo in questo tratto di mare.

Difatti all’inizio del 2014 l’influenza del governo cinese nelle isole Spratly riguardava pochi avamposti, poche fortificazioni di cemento appollaiate su atolli corallini.

Ma adesso lo stato presieduto da Xi Jinping sta costruendo isole artificiali su 5 diverse scogliere, così da ampliare la propria sfera di influenza in questa zona del Mar Cinese.

Zona dove Vietnam, Filippine, Taiwan, Malesia controllano vere e proprie isole.

La Cina invece, essendo arrivata in ritardo rispetto agli stati sopra nominati, non controlla le maggiori isole e vuole recuperare tale svantaggio, affermando le proprie rivendicazioni con la costruzioni di isole-basi e la presenza di una portaerei inaffondabile.

Lo stato cinese rivendica la famosa “linea di nove punti, una lingua di mare che arriva alle Filippine, al Vietnam  fino al Borneo. Ma ampi tratti di questa zona sono reclamate anche dalle stesse Filippine e Vietnam che sostengono di possedere gran parte delle isole Spartly.

Ma fino al 2012 la Cina non ha mai mostrato eccessivo interesse per quella fascia di mare.

Almeno finchè il Partito Comunista Cinese non ha definito il mar Cinese Meridionale come “interesse nazionale primario”, lasciando intendere che sarebbe pronto a combattere per far prevalere le proprie ragioni.

Secondo Yan Xuetong dell’Università di Tsinghua di Pechino, rappresentante del partito Comunista Cinese, il presidente filippino Benigno Aquino provoca Pechino, in quanto “rifiuta ogni negoziato bilaterale. Diche che le Filippine sono deboli e la Cina è forte. E’ disposto a negoziare solo con gli Stati Uniti come alleato”.

Conscio della propria inferiorità militare, lo stato filippino ha sottoposto la questione alle Nazioni Unite, facendo leva sull’Unclos (la convenzione dell’Onu sul diritto de mare), che favorirebbe le Filippine, in quanto prevede una zona economica esclusiva per gli stati litoranei, fino a 200 miglia nautiche dalla loro linea di costa.

La Cina intanto, senza aspettare che l’ONU si esprima, si è attivata e costruisce queste isole nel mar Cinese Meridionale. La mossa cinese non sembra atta a voler appropriarsi delle riserve di idrocarburi, che sembrano essere presenti in quella zona del mare, ma quanto a voler impensierire gli USA.

E’ noto, infatti, che il governo di Washington non riconosce le rivendicazioni cinesi e naviga regolarmente nel mar cinese con la propria flotta. Pechino, in tutta risposta, nel dicembre 2013 ha inviato la portaerei Liaoning nel mar Cinese Meridionale, dove però era tenuta sotto controllo dalla statunitense Cowpens. L’incrociatore americano è stato però costretto ad una manovra di emergenza, dopo che una nave d’assalto cinese aveva dapprima intimato il dietrofront e poi, dinanzi al rifiuto del capitano del Cowpens, ha puntato la prua della nave americana.

Cominciano, dunque, le prime mosse di quella che potrebbe diventare una gigantesca “partita di scacchi”, con mosse e contromosse quasi mai del tutto risolutive. La Cina, infatti, sta considerando proprio “orticello” tutto ciò che si trova dalla costa del Borneo, oltre Taiwan fino al Giappone meridionale.

Pechino vuole perciò rafforzare la propria posizione marittima impedendo l’intromissione agli Stati Uniti, unica potenza in grado di impensierirla.

In pratica sta facendo ciò che il presidente americano James Monroe fece nel 1823, con quella che fu poi nominata “dottrina Monroe”: l’emisfero occidentale, in primis il Mar dei Caraibi, era sotto tutela statunitense e gli stati europei dovevano guardarsi bene dall’avvicinarsi.

Le Filippine e il Vietnam intanto cercano di correre ai ripari, per quanto possibile, trasferendo civili su diversi isolotti da loro controllati. Queste colonie sovvenzionate non possono certo far fronte all’esercito cinese, ma l’idea dei 2 stati è quello di rendere meno desiderabile il confronto, in quanto uccidere soldati è un conto. Uccidere donne e bambini è un altro.

Rimane solo che aspettare e vedere come risponderanno gli Stati Uniti, che per 70 anni hanno avuto il dominio incontrastato del Pacifico e che ora vedono emergere sotto i propri occhi una nuova potenza militare, che ha tutti i mezzi necessari per sottrargli questo primato.

Federico Rapini

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