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Almeno 400 ettari di terreno nella zona di Gevaot sono stati requisiti nell’area della West Bank occupata, e sono stati dichiarati “terreno statale” che andranno a potenziare le colonie illegali israeliane di Etzion, vicino a Betlemme. E’ la confisca più estesa degli ultimi 30 anni.

Gerusalemme, 4 set – Non sono passati che pochi giorni dalla fine delle azioni militari israeliane nella Striscia di Gaza e il governo di Tel Aviv non si è fatto attendere annunciando il 31 agosto di voler espropriare circa 400 ettari di terreni situati in Cisgiordania. Terreni situati nella zona di Etzion, a pochi chilometri da Betlemme. La radio israeliana ha fatto sapere che la decisione è motivata dal fatto che il rapimento e successiva uccisione dei tre ragazzi ebrei, causa scatenante del recente conflitto tra Israele e Gaza, è avvenuto proprio in quest’area.

Scarsa eco a livello mediatico è stata data a questa notizia che è poi la chiave di volta di tutti i recenti risentimenti palestinesi nei confronti dello Stato di Israele: terre sottratte e conseguente invasione di coloni ebrei. Una storia già vista dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, durante il secolo XIX°, allorquando le vittime sacrificali rinchiuse in angusti territori scarsamente fertili erano le popolazioni indiane d’America.

Ma se i media non hanno dato risalto a questa notizia, le reazioni della comunità internazionale non sono mancate, a cominciare dal Dipartimento di Stato statunitense che tramite un alto ufficiale ha chiesto al governo di Israele di “revocare la sua decisione” definendo questa mossa “controproducente”.

Risulta impossibile procedere ad una pace duratura se le terre continuano ad essere espropriate e se la gran parte della Cisgiordania resta occupata ancora oggi da Israele, che ha invaso queste terre durante la guerra dei sei giorni del 1967.

A seguito degli accordi di Oslo del 1993, lo Stato di Israele ha diviso la Cisgiordania in tre settori: l’area A, che corrisponde al 17% di territorio della Cisgiordania; l’area B, equivalente al 24%; l’area C, la più estesa, che copre il 59% dei territori di questa regione. È importante sottolineare che il 96% dei palestinesi vive nelle aree A e B, mentre l’area C è occupata quasi totalmente da coloni israeliani. Questa divisione è rilevante non soltanto da un punto di vista politico-amministrativo ma anche considerando le connesse implicazioni economiche. Le parti A e B, infatti, corrispondono a territori poveri di risorse naturali a differenza dell’area C, che avendo accesso al Mar Morto, offre ottime opportunità sia nel settore dell’estrazione mineraria sia in quello del turismo. Secondo un recente studio compiuto dalla World Bank, 3,4 miliardi di dollari potrebbero essere aggiunti all’economia della Cisgiordania qualora alla popolazione palestinese fosse garantito il pieno controllo dell’area C.

Peace Now, un organizzazione israeliana contraria all’occupazione della Cisgiordania, ha messo in allarme la comunità internazionale affermando che l’esproprio voluto dal governo di Israele di 400 ettari di terre palestinesi, si tratta della più grande confisca degli ultimi trent’anni di storia. L’area interessata dall’espropriazione risulta attualmente popolata da numerose famiglie palestinesi che avranno 45 giorni di tempo per presentare le loro obiezioni.

Ma secondo l’Alta Corte di Giustizia israeliana: “tutti gli insediamenti israeliani nei territori amministrati sono parte integrante del sistema di difesa territoriale dell’esercito israeliano”. Ciò significa, in altre parole, che Israele ritiene di poter gestire a proprio piacimento i territori occupati, senza riconoscere alcun diritto alla popolazione palestinese che vi abita.

Opposta è la posizione delle Nazioni Unite che hanno ripetutamente condannato la politica israeliana di occupazione. Nel 1979 il Consiglio di sicurezza ha adottato la risoluzione 446 sostenendo che la colonizzazione dei territori occupati da parte di Israele è in contrasto con l’articolo 49 comma 6 della Quarta Convenzione di Ginevra, la quale dispone: “La potenza occupante non potrà mai procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della propria popolazione civile sul territorio da essa occupato”. Anche lo Statuto della Corte penale internazionale è in linea con quanto sostenuto dall’Onu. L’articolo 8, infatti, definisce un crimine di guerra “il trasferimento, diretto o indiretto, da parte di una potenza occupante, di una parte della propria popolazione civile, sul territorio da essa occupato”.

Così, se da un punto di vista giuridico appare del tutto illegittima l’azione intrapresa dal governo di Israele, politicamente appare come una strategia quantomeno discutibile. Tra Israele e Palestina, infatti, vi è al momento un equilibrio precario che potrebbe cedere in qualsiasi momento. La tregua siglata grazie all’intermediazione dell’Egitto si è limitata a garantire la cessazione delle ostilità, rimandando di un mese le questioni più spinose come: il disarmo di Hamas, il rilascio dei prigionieri palestinesi, la costruzione di un aeroporto e di un porto a Gaza.

La morte di oltre 2 mila e 200 persone evidentemente non è servita a far riflettere il governo israeliano.

Giuseppe Maneggio

 

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