La guerra dell’Acqua: come Israele tiene al cappio la Palestina

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Palestina, 14 lug – In Palestina c’è una guerra che non finisce nei servizi televisivi. Una guerra che fa più morti dei missili lanciati sulle case di Gaza. E’ la guerra dell’Acqua, il conflitto per il controllo di una delle risorse più preziose del medio oriente. Quello che è stato definito “l’oro blu” della Palestina proviene da due uniche sorgenti: il fiume giordano e una rete di falde sotterranee chiamate “montagne acquifere”. Nel corso dei decenni Israele ha trovato il sistema di controllarle entrambe: il primo annettendosi il corso del fiume a monte, le seconde colonizzando le aree fertili e prospicienti le sorgenti con i suoi kibbuz.

In occidente non abbiamo una visione chiara di cosa questo significhi, vivendo per la maggior parte in condizioni di sovrabbondanza d’acqua. Ma se si pensa che i palestinesi hanno a disposizione una quantità di acqua potabile che è tra le più basse del mondo e ben al di sotto della soglia di carenza assoluta, forse è possibile farsi un’idea di quanto sia importante per israele controllare le risorse idriche e poter così applicare una continua pressione politica, economica e sociale sui palestinesi.

Lo squilibrio nell’accesso all’oro blu fa si che in Cisgiordania, ad esempio, i coloni israeliani consumino nove volte il quantitativo di acqua consumato dai palestinesi. E stiamo parlando della stessa regione geografica, cosiddetta West Bank. I coloni israeliani, proprietari del 17% dei pozzi, estraggono più della metà delle riserve a disposizione, potendo raggiungere per legge delle falde poste ad una profondità alla quale i pozzi palestinesi non possono (sempre per legge) arrivare. Ne consegue che l’agricoltura palestinese possa attingere all’acquedotto solo per il 10%. Il restante novanta sopravvive raccogliendo acqua piovana o acquistando, a prezzi esosi, la stessa acqua pompata via dagli israeliani, e rivenduta agli arabi da compagnie private.

Questa cronica carenza ha portato i palestinesi a disfarsi progressivamente delle terre arabili della West Bank. Ad oggi i coloni israeliani controllano l’86% delle terre arabili, gli arabi il 6%. Il resto della terra fertile ricade sotto la zona militarizzata o prospiciente il muro di cinta che circonda la Cisgiordania, e quindi rimane off limits per gli agricoltori. I contadini esasperati che costruiscono pozzi abusivi vedono le loro pompe distrutte, anche quando queste sono finanziate dall’Unione Europea o da altri enti internazionali riconosciuti da Israele. Nella striscia di Gaza la situazione è anche più critica: a causa dei continui danneggiamenti operati dai bombardamenti israeliani, la rete idrica è al collasso. Oltre a questo, pure nella”ribelle” Gaza gli ebrei riescono a pompare via tutta l’acqua che possono, inaridendo le falde ed aumentando la salinità dell’acqua, ormai quasi del tutto contaminata e imbevibile.

Questo stato di cose è sancito, con la benedizione delle grandi potenze, da un vero e proprio contratto, incluso negli Accordi di Oslo. Secondo le clausole contenute nel documento, ai palestinesi sono stati assegnati 118 milioni di metri cubi di acqua l’anno da tre falde acquifere tramite perforazione, pozzi agricoli, sorgenti e precipitazioni. Lo stesso accordo ha assegnato ad Israele 483 milioni di metri cubi dalle stesse risorse. Un accordo capestro che vizia ogni confronto tra Ramallah e Tel Aviv, e che permette agli ebrei di fare il bello e il cattivo tempo in una terra dalla quale avrebbero dovuto ritirarsi per sempre da almeno vent’anni.

Francesco Benedetti


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