L’inspiegabile ottimismo della Bonino sulla Libia

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Sono ottimista per la Libia”. Con queste parole il Ministro degli Esteri Emma Bonino ha commentato negli giorni scorsi l’incontro con una delegazione del governo libico, a cui l’Italia ha riconfermato il proprio sostegno per la stabilizzazione del Paese. Quali siano gli elementi in possesso del Ministro, tali da farle esprimere tanta fiducia sul futuro della Libia, resta però un mistero. La cronaca quotidiana ci racconta infatti una storia ben diversa: quella di un Paese che sembra sprofondare sempre più nel caos e nell’ingovernabilità.

A due anni dalla caduta del Colonnello Gheddafi, il governo di Tripoli è ancora molto lontano dal riuscire ad assicurare ordine e ripresa economica, alimentando così un crescente malcontento fra la  popolazione.

In molti sono soliti obiettare che la transizione verso la democrazia è, in questi casi, un  percorso lungo, pieno di ostacoli e che perciò richiederà molta pazienza, ma l’ormai decennale esempio iracheno, con la drammatica cronaca degli attentati che, nell’indifferenza della comunità internazionale, dilaniano quotidianamente il Paese, rappresenta un preciso monito. Ci ricorda, se ce ne fosse ancora bisogno, che una volta scoperchiato il vaso di Pandora delle rivalità etniche, claniche, tribali o religiose, alimentate per indebolire e minare la stabilità di uno Stato, poi ben difficilmente è possibile ricomporre il quadro come se niente fosse accaduto.

La mancanza di credibilità del governo centrale di Tripoli si riflette oggi nelle violenze con cui le milizie, composte dagli ex ribelli anti-Gheddafi, continuano a spadroneggiare nelle strade e a gestire autonomamente il potere locale.

Proprio queste formazioni paramilitari rappresentano il principale problema cui, il fragile governo guidato dal premier Ali Zeidan, non sembra in grado di far fronte. Scontri armati tra fazioni rivali, attentati, omicidi e rapimenti sono ormai all’ordine del giorno. Gli inviti al disarmo e la promessa di integrare i miliziani nelle fila dell’esercito regolare in via di costituzione non hanno finora sortito gli effetti sperati. Pur in mancanza di dati ufficiali, solo poche migliaia di uomini hanno risposto all’appello, consegnando le armi, mentre altre decine di migliaia continuano ad agire come se la guerra non fosse ancora terminata.

Molti organismi internazionali, per esempio, hanno denunciato l’esistenza di carceri private, sottratte a qualsiasi controllo da parte del governo centrale. Luoghi di detenzione gestiti dalle bande armate locali in cui viene ampiamente praticata la tortura e l’assassinio di presunti sostenitori del passato regime.


E’ ormai evidente l’intenzione dei vari capi tribali di non lasciarsi sfuggire i vantaggi economici derivanti della gestione autonoma dei propri territori senza prima ottenere dal governo adeguate contropartite. I lucrosi traffici illegali di armi, droga e la tratta di esseri umani sono un affare estremamente redditizio in un Paese in cui le autorità non sono in grado di esercitare la propria sovranità su ampie parti del territorio nazionale, come nel caso delle regioni della Cirenaica e del Fezzan.

D’altronde, proprio a seguito della caduta dell’ex Rais, le coste italiane sono state investite da un crescente flusso di imbarcazioni cariche di immigrati provenienti dalla sponda libica.

Anche dal punto di vista economico la situazione è tutt’altro che rosea e il Paese stenta a riprendersi.

Il principale paradosso riguarda l’industria energetica, da cui dipende il 97% degli introiti dell’export. La Libia vanta le principali riserve di petrolio dell’Africa, ed è il terzo esportatore di gas del continente nero. Eppure, è notizia delle scorse settimane, il governo è stato costretto ad acquistare gasolio e olio combustibile dai Paesi vicini a causa di una serie di scioperi che hanno paralizzato i principali impianti della Cirenaica.

La produzione petrolifera, secondo stime ufficiali, sarebbe crollata negli ultimi tempi dagli 1,5 milioni di barili al giorno, a poco più di centomila. Stessa sorte ha riguardato l’estrazione del gas, tanto che anche i flussi che transitano sul gasdotto dell’ENI Greenstream si sono notevolmente ridotti proprio a causa dei disordini nel Paese.

Le imprese estere che operano nel settore, sono inoltre costrette a pagare le milizie per garantire la sicurezza dei propri impianti. Una protezione in stile mafioso, che però non trova alternative.

Se a tutto questo si aggiungono le informative sui rischi di radicamento di formazioni jihadiste (l’assassinio dell’ambasciatore statunitense Stevens a Bengasi nel settembre del 2102 è l’esempio più eclatante) o i timori per una spaccatura del Paese a causa delle rivendicazioni indipendentiste della Cirenaica, c’è ben poco da essere ottimisti per quanto sta accadendo a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste.

Una situazione disastrosa, che, è sempre bene ricordarlo, è la diretta conseguenza dell’intervento NATO del 2011, voluto ad ogni costo da Francia e Gran Bretagna per abbattere Gheddafi, con la masochistica partecipazione dell’allora Governo Berlusconi

In un documentario del 2012 sulla situazione della Libia del dopo-Gheddafi, il giornalista Silvestro Montanaro, intervistando alcuni cittadini libici, colse lo stato d’animo di parte della popolazione. Denunciando la disoccupazione dilagante ed il conseguente impoverimento della gente uno degli intervistati si chiedeva: ”A cosa è servita allora questa rivoluzione? Che ci ha portato? Prima avevano promesso tante cose”. Risponde il giornalista: ”Avete la democrazia però ora”. Replica: “Non da mica da mangiare la democrazia”.

Massimo Frassy

 

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