L’Ucraina brucia: cosa succede e chi ha ragione

ucraina2Roma, 26 gen – Russia e Ucraina: la storia. I rapporti tra Kiev e Mosca sono da sempre caratterizzati da una sorta di legame conflittuale. Il fatto che le antiche tribù slavo-orientali siano state riunite per la prima volta verso la fine del IX secolo in quella che fu chiamata la Rus’ di Kiev fa capire bene l’importanza che ha rivestito l’odierna capitale ucraina nella storia dell’identità nazionale anche russa. I primi elementi di discontinuità all’interno della Rus’ sopraggiunsero nel corso del XIII secolo, quando la parte orientale dello Stato (la futura Russia) fu soggiogata dai tartaro-mongoli, mentre quella occidentale (in seguito, Ucraina) subì l’invasione polacco-lituana. Qui troviamo l’origine di uno dei cardini del nazionalismo ucraino: il carattere europeo di Kiev contro la Mosca asiatica e “barbarica”. Un altro macigno che pesa sui rapporti fra Ucraina e Russia è l’Holodomor, il genocidio ucraino che tra il 1929 al 1933 causò, grazie alle politiche di Stalin, tra 1,5 e 5 milioni di morti. Parallelamente, con l’Urss iniziò un’opera di russificazione linguistica e culturale che Crushev (che era ucraino), nel suo rapporto al ventesimo congresso del Pcus, definirà come “gravi” e “mostruose” violazioni dei principi leninisti sulle nazionalità.

Russia e Ucraina: oggi. I destini dei due paesi continuano a essere profondamente legati. Secondo il censimento del 2001, la minoranza russa in Ucraina costituisce oggi il 17,2% della popolazione del paese. Inoltre in Ucraina il russo rappresenta la madrelingua per più di 14.273.000 cittadini ucraini (29,3% della popolazione totale). Sembra tuttavia che il russo venga usato molto più spesso rispetto al censimento ufficiale, fino a essere parlato a casa da circa il 43–46% della popolazione. In ogni caso, nelle due lingue il 70% circa delle parole sono simili. In generale, l’Ucraina sembra divisa in due macroregioni, orientale ed occidentale, che hanno il fiume Dnepr come frontiera approssimativa. L’est è russofono, industrializzato, tendenzialmente di sinistra, l’ovest è ucrainofono e agricolo, tendenzialmente di centrodestra. A est il ricordo dell’esperienza sovietica è ben presente anche nella toponomastica, laddove invece a ovest la toponomastica sovietica è stata sostituita da una toponomastica ukraine-protests-map-kche celebra l’indipendenza dell’Ucraina. Nel cimitero di Lviv è stato addirittura eretto un monumento ai caduti della Divisione SS-Galiziana composta da ucraini. La mappa pubblicata dal Washington Post dimostra che a partire dal 2010 le proteste hanno interessato la parte ucrainofona del paese che ha votato contro Yanukovych, mentre nulla si è mosso nella parte russofona che ha votato per il presidente in carica.

Perché Kiev ha voltato le spalle all’Ue. Il sogno ucraino è quello di raggiungere l’indipendenza energetica da Mosca entro il 2020. Attualmente, le importazioni di gas russo ammontano a circa 40 miliardi di metri cubi all’anno. Kiev spera di scendere a 5 miliardi di metri cubi entro il 2030. Ma non sarà facile. Il debito che lega Kiev a Mosca, o meglio alla grande azienda statale russa Gazprom, ammonta a circa 1,3 miliardi di dollari. Sino al 2019, inoltre, sono validi i contratti stretti nel 2009, che la Russia non ha intenzione di rinegoziare, a meno che l’Ucraina non entri nell’Unione doganale. È per questo che al vertice di Vilnius del 29 novembre scorso, il presidente ucraino Viktor Yanukovych si è rifiutato di siglare l’accordo di associazione con l’Unione europea sospendendo la firma, prevista dopo un anno e mezzo di trattative, soltanto all’ultimo momento. Di fatto, Putin ha fatto un’offerta che non si può rifiutare: ha messo sul piatto 15 miliardi di dollari e lo sconto sul prezzo del gas. Inoltre, la Russia comprerà lentamente titoli di stato ucraino (nel primo periodo sono previsti acquisti per 3 miliardi).

L’importanza geopolitica dell’Ucraina. Il piano geopolitico di Putin è chiaro da sempre: recuperare all’influenza di Mosca lo spazio ex sovietico. L’Unione doganale eurasiatica va esattamente in questo senso. Senza l’Ucraina, tuttavia, questa ambizione resta incompiuta. Di più: poiché la geopolitica non ammette vuoti, c’è la diffusa percezione che avere Kiev fuori dall’orbita russa significherebbe avere l’America sull’uscio di casa. Ha scritto su gazeta.ru il politologo Georgy Bovt: “Al Cremlino si è diffusa la percezione che una volta raggiunta l’integrazione europea la Nato sia dietro l’angolo − nel senso di carrarmati e missili stazionati nei pressi di Belgorod e Kursk, e di unità di difesa missilistica globale. Nemmeno la donna delle pulizie del Cremlino crede alle rassicurazioni di chi afferma che ‘non siano diretti’ contro la Russia. La ‘perdita’ dell’Ucraina è vista dalla classe dirigente come una minaccia all’esistenza stessa della Russia. Non è un’esagerazione. È considerata una minaccia alla quale occorre opporsi con qualsiasi mezzo. E alla quale in casi estremi, in mancanza di altre soluzioni, si deve rispondere con le armi”. E se questo lo sa Putin, lo sanno anche gli americani. È nota la sentenza del politologo trilateralista Zbigniew Brzezinski: “Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero”. Nel suo La grande scacchiera, lo studioso scriveva: “L’indipendenza dell’Ucraina ha privato la Russia della sua posizione dominante sul Mar Nero, dove Odessa costituiva un avamposto strategico per gli scambi con il Mediterraneo e il più vasto mondo. La perdita dell’Ucraina ha avuto anche enormi conseguenze geopolitiche, poiché ha drasticamente limitato le opzioni geostrategiche della Russia. Anche senza i Paesi Baltici e la Polonia, una Russia che avesse conservato il controllo sull’Ucraina poteva ancora cercare di fungere da guida di un impero eurasiatico risoluto, dove Mosca avrebbe dominato i non slavi del Sud e nel Sud-Est dell’Ex Unione Sovietica”.


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Perché le proteste? Indipendentemente dalla funzione oggettiva delle manifestazioni all’interno del quadro politico globale, è assolutamente certo che nella percezione soggettiva dei manifestanti l’Ue o gli Usa non c’entrano nulla con le proteste. Le piazze non si sono riempite dopo la mancata firma dell’accordo con l’Ue, le proteste erano cominciate in sordina già prima. Le bandiere europee ci sono state solo i primi giorni e più che altro per ottenere attenzione dall’occidente. In realtà, la protesta è fondamentalmente anti-Yanukovych. Il presidente ucraino ha portato alle stelle il livello di corruzione nel Paese, contornandosi di nuovi oligarchi e arricchendosi personalmente in modo smodato, in netta controtendenza con il resto della popolazione. A ciò si aggiunga anche il mai sopito sentimento anti-russo di parte della popolazione dell’Ucraina occidentale.

Chi sono i nazionalisti in piazza? L’opposizione istituzionale, guidata da personaggi incapaci quando non da brutte copie in salsa atlantista dello stesso Yanukovych (è il caso della Timoshenko, per esempio) è stata ben presto scalzata dalla protesta di piazza nazionalista. L’informazione occidentale si è molto soffermata sul ruolo di Svoboda, il partito fondato nell’ottobre 1991 con il nome di Partito Social-Nazionalista d’Ucraina (il nome attuale significa invece “Libertà”). Dopo alcuni risultati ucraina4irrisori, il partito è balzato agli onori delle cronache per il 10,4% dei consensi ottenuto alle elezioni parlamentari ucraine del 2012, per un totale di 38 seggi in Parlamento. Pur avendo contrastato fortemente la “rivoluzione arancione” del 2004, Svoboda presenta oggi un chiaro orientamento filo-occidentalista, fino a chiedere l’entrata nella Nato dell’Ucraina. Il dato saliente, tuttavia, è che Svoboda è ben lungi dal monopolizzare la protesta dei nazionalisti, dai quali viene anzi bollata come un partito vecchio e incline – almeno nei suoi vertici – al compromesso. L’anima della protesta nazionale è invece Pravy Sektor (“Settore di destra”). Il quotidiano britannico The Guardian ha intervistato Andriy Tarasenko, uno dei leader del movimento, che ha dichiarato: “Unirsi con l’Europa sarebbe la morte dell’Ucraina. Europa significa la morte dello Stato-nazione e la morte del cristianesimo. Noi vogliamo un’Ucraina per gli ucraini, gestita da ucraini, e non serva gli interessi degli altri”. Tarasenko ha aggiunto che l’obiettivo del gruppo è una “rivoluzione nazionale” che si tradurrebbe in una “democrazia nazionale” con nessuna delle trappole del “liberalismo totalitario” che l’Ue rappresenta. Anche Ihor Zahrebelnyj, membro del movimento nazionalista ucraino Tryzub che poi ha dato vita a Pravy Sektor, ha spiegato – proprio al Primato Nazionale – che “i nazionalisti ucraini non possono, in nessun caso, sostenere il regime criminale Yanukovych. Tuttavia è altrettanto impossibile sostenere l’opposizione. Questo è il motivo per cui alcuni movimenti nazionalisti hanno deciso di sostenere le proteste, ma cercando di dare una svolta diversa rispetto a quella auspicata dalla maggioranza dell’opposizione […]. Per quanto riguarda l’approccio geopolitico, stiamo cercando di convincere i manifestanti che l’asse con l’Ue deve essere messa da parte puntando ad un progetto puramente nazionalista. Riteniamo comunque l’attuale opposizione liberale come un male minore e la consideriamo come un alleato temporaneo”. Non è casuale, comunque, che il Dipartimento di Stato statunitense abbia chiaramente preso le difese dell’opposizione, aggiungendo però che “le azioni aggressive dei membri del gruppo di estrema destra Pravy Sektor non sono accettabili”.

Chi ha ragione? Soggettivamente è facile solidarizzare con la protesta nazionalista: le ragioni storiche e politiche dei manifestanti sono più che valide. In piazza ci sono tanti patrioti onesti, a reprimerli c’è un governo corrotto e mafioso. La politica, tuttavia, si basa sulla distinzione fra l’empatia soggettiva e ciò che invece è oggettivo, ovvero ciò che riguarda la realtà nella sua globalità. Ora, su questo livello dell’analisi, la funzione della protesta appare chiara. L’anelito a una sovranità nazionale piena, non appaltata a potenze esterne – siano esse la Russia o vladimir_putin_01l’Ue/Usa – è certo condivisibile ma come opzione politica reale sembra un po’ superficiale. Come abbiamo visto, né Washington né Mosca riescono a concepire un’Ucraina davvero indipendente e si adoperano concretamente affinché non sia tale. Ora come ora, malgrado i lodevoli propositi di terzietà, i ribelli rischiano fortissimamente di essere funzionali alle trame atlantiste. Del resto lo slogan “Ucraina agli ucraini” vuol dire poco, posto che anche se Kiev fosse governata dai nazionalisti dovrebbe pur avere una politica estera, una strategia energetica, una visione commerciale e militare. Per la sua storia, per la sua composizione etnoculturale, per la sua posizione geografica, l’Ucraina è destinata a confrontarsi con la Russia. Può esserne vassalla, prospettiva che legittimamente non piace agli ucraini. Può essere alleata alla pari. Oppure può esserne nemica, finendo fatalmente nelle braccia degli avversari di Mosca. E qui entra in gioco un’altra domanda: quanto i nostri interessi coincidono con quelli della Russia? Il che equivale a interrogare il fenomeno Putin. Ora, Valdimir Putin è un leader cinico, che sa fare il gioco sporco, che persegue gli interessi russi e non certo valori “universali” o ideali di giustizia. Combatte per sé, non per noi. Non verrà a salvarci quando avremo bisogno di lui. Se, quindi, una certa fascinazione putinista lascia il tempo che trova, è tuttavia vero che Putin rappresenta la maggiore novità geopolitica dalla caduta del Muro di Berlino in poi. La sua funzione strategica è oggettiva, indiscutibile (Siria docet): egli, oggi, rappresenta l’unica speranza per la creazione di un mondo multipolare. L’interesse che egli acquista ai nostri occhi non è dovuto all’ordine che egli porta all’interno ma al disordine che porta all’esterno. A questo disordine, che poi è solo la creazione di un ordine diverso, l’Ucraina e l’Europa possono decidere se partecipare da serve o da protagoniste.

 

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