CharlieParigi, 16 mag – Dopo la strage subita nel gennaio scorso, il giornale satirico Charlie Hebdo continua a fare notizia, soprattutto per le gaffes che sta inanellando in serie.

In pochi mesi è riuscito infatti a impantanarsi in una polemica di basso profilo con il disegnatore Hayao Miyazaki; a negare la propria solidarietà all’associazione American Freedom Defense Initiative, colpita da un attentato di matrice simile a quello di Parigi; a subire una contestazione pubblica da parte di alcuni suoi collaboratori e infine a tentare il licenziamento di una giornalista ‘ribelle’ che vive sotto scorta.

La collaboratrice in questione è Zineb El Rhazoui, una delle sopravvissute alla mattanza di gennaio, che oltre al trauma causato dall’attentato soffre l’ulteriore dramma di vivere sotto protezione della polizia. El Rhazoui, di origine marocchina, è stata infatti particolarmente presa di mira dagli integralisti islamici, che hanno più volte minacciato di morte lei e suo marito. Come ultima tegola, le è arrivata una lettera di licenziamento da parte di Charlie Hebdo: “Mio marito ha perso il suo lavoro perché alcuni jihadisti hanno svelato il suo luogo di lavoro, ha lasciato il Marocco, sono minacciata, vivo a casa di amici o in albergo e la direzione vuole licenziarmi… bravo Charlie”, ha commentato la giornalista.

Nella lettera recapitata senza alcun preavviso alla El Rhazoui, il motivo del licenziamento sarebbe da imputare ufficialmente a “gravi inadempienze” della donna, consistenti soprattutto in reiterati ritardi nella consegna degli articoli. Una motivazione che secondo la giornalista è artificiosa e del tutto fuori luogo, sia perché i sopravvissuti della redazione sono ancora scossi per quanto accaduto pochi mesi fa, sia perché lei, vivendo sotto scorta, ha delle limitazioni oggettive nel fare inchieste come in passato.

Il motivo reale quindi sarebbe un altro: la direzione di Charlie Hebdo starebbe colpendo la fronda interna, i ribelli che nel marzo scorso avevano accusato pubblicamente il giornale di speculare sull’attentato di gennaio, gestendo in modo cinico e non condiviso le ingenti entrate (circa 15 milioni di euro) avute grazie alla campagna internazionale #jesuisCharlie. Un altro ribelle della redazione, Patrick Pelloux, ha commentato a proposito: “Ricevere il premio per la libertà di espressione e richiamare dei giornalisti minacciati è paradossale. E non ci sono giustificazioni per un giornale che si vuole alternativo e socialmente irreprensibile”.

Dopo lo sfogo della El Rhazoui, la direzione del giornale si è trincerata dietro un ambiguo ‘no comment’, lasciando la parola al proprio avvocato, il quale ha minimizzato l’accaduto parlando di un mero “richiamo formale”. Nella lettera diffusa dalla giornalista c’è però scritto proprio “licenziamento”. Ma probabilmente la licenza di scherzare di Charlie Hebdo va molto oltre le vignette.

Ettore Maltempo

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