iraBelfast, 4 dic – E’ ormai da diverso tempo che i media principali, parlando della situazione politica in Irlanda del nord, utilizzano toni che inducono a pensare ad un clima di serena e fattiva collaborazione fra cattolici e protestanti, culminato nella stretta di mano fra la regina Elisabetta da una parte e uno dei leader dell’IRA, Mc Guinness, dall’altra. Nel 1998 infatti sono stati siglati una serie di accordi che prevedevano la rinuncia dei repubblicani alla loro principale aspirazione dei cattolici, la riunificazione dell’Irlanda del nord a Dublino, oltre al ripudio della lotta armata. In cambio di queste ed altre significative rinunce i repubblicani avevano richiesto, ed almeno formalmente ottenuto, la fine della discriminazione nei confronti della comunità cattolica da parte del governo britannico.

Ma la ricetta dell’ “unità nazionale” fin dai primi tempi ha mostrato, e mostra, crepe sempre più evidenti. L’esecutivo con a capo il lealista Ian Paisley non ha condannato nessuno fra gli imputati chiamati a rispondere dei loro gesti dalla commissione di inchiesta incaricata di valutare i crimini commessi dalle truppe di occupazione britannica, né gli allora capi dei vari servizi né gli ufficiali, e ad oggi restano impunite le morti di 150 cittadini repubblicani, diversi dei quali deceduti a causa della autorizzazione data dal governo Tatcher di sparare sui manifestanti irlandesi con i proiettili di gomma (misura che invece in Inghilterra, più volte proposta in tempi di proteste di piazza, è sempre stata respinta in quanto giudicata “disumana”).
Il governo non ha nemmeno riformato l’apparato di polizia, come era nei patti. Fino al 1998 la sicurezza era appannaggio del famigerato RUC, composto quasi esclusivamente da protestanti che spesso passavano nomi di repubblicani agli “squadroni della morte” lealisti: il nuovo corpo di polizia, il PSNI, ancora nel 2012 annoverava nei suoi ranghi il 75 per cento di protestanti, quando in base ai patti la metà degli agenti avrebbe dovuto essere cattolica.

E così la violenza esplode ciclicamente, quasi tutti gli anni agli orangisti viene permesso di sfilare nel loro tradizionale corteo nei quartieri cattolici di Belfast, con le conseguenze che facilmente si possono immaginare. Ancora il 9 aprile 2013 centinaia di lealisti hanno aggredito un corteo pacifico di cattolici. Il 10 agosto 2013 scontri sono esplosi quando un certo numero di protestanti ha cercato di fermare una marcia cattolica sulla Royal Avenue, una delle arterie più importanti di Belfast. La marcia era stata organizzata per ricordare quel giorno del 1971 quando i soldati britannici fecero il loro ingresso nei quartieri cattolici e rastrellarono 340 persone, poi trasferite in carcere con l’obiettivo di fermare il consolidamento popolare dell’IRA.

In questo scenario dal 1998 sono sorte varie sigle che nel rifiuto degli accordi di pace rivendicano la continuità politico-militare con l’IRA storica: si sono succeduti in questi ultimi anni la Continuity Ira, la Oglaigh nah Eireann e la Real Ira-New Ira, che ad oggi resta il movimento più attivo e radicato. La Real Ira continua ad compiere attentati contro soldati britannici, contro collaborazionisti e contro agenti di polizia. I capi Michael McKevitt (marito della sorella di Bobby Sands) e Liam Campbell sono ad oggi in carcere, ma il movimento non ha perso per questo il suo vigore fino a permettersi di organizzare manifestazioni pubbliche come quella del 6 settembre di quest’anno per commemorare Alan Ryan, un capo della RIRA assassinato un anno fa.

L’Irlanda del Nord non sembra dunque ancora destinata a trovare pace, a meno che il governo inglese intervenga con decisione per fare rispettare i patti. Rispetto dei patti che sarebbe una utile novità nella politica britannica in Irlanda.

Valentino Tocci

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